La mostra «Dalí e la moda» (catalogo Skira), curata da Judith Clark, anche progettista dell’allestimento, insieme a Laura Bartolomé Roviras e visitabile al Palazzo Reale di Milano fino al 31 gennaio 2027, si rivela dispositivo capace di innescare, attraverso una sorta di pensiero arcipelago, riflessioni, divagazioni, domande su arte, moda, mostre, corpi, manichini, tempo.

Ho avuto la possibilità di visitare la mostra già prima che venisse aperta, durante l’allestimento, accompagnata da Judith Clark. La mia prima impressione, già allora, era stata che, per quanto fosse sicuramente d’impatto, il titolo «Dalí e la moda» restituiva in modo riduttivo l’incredibile stratificazione di materiali, immaginari, visioni che l’esposizione riusciva a mobilitare. Avere avuto la fortuna di entrare nel complesso meccanismo espositivo mentre prendeva la sua forma definitiva, quando gli oggetti nelle diverse sale venivano a configurarsi come capitoli avvincenti di una narrazione inedita, mi ha permesso di intuire nel modo più vivido che la mostra non solo avrebbe restituito la complessità del lavoro di Salvador Dalí, ma avrebbe soprattutto portato alla luce come quell’atteggiamento libero e sperimentale delle avanguardie dei primi decenni del ’900, quel continuo vivere all’insegna dell’arte, avesse offerto all’artista spagnolo l’insolente arroganza che gli permise di muoversi senza preclusioni tra diverse discipline, così come nelle relazioni, nelle curiosità, nella ricerca. Clark spiega in catalogo che «l’esposizione non cerca di imitare la teatralità sempre allettante dei mondi di Dalí (…); lascia piuttosto che siano le opere a portare il colore in sale monocrome, il monocromo del crema guscio d’uovo di Dalí, bianco mediterraneo, in contrasto con le sale dipinte nell’inconfondibile grigio scuro dei musei».

Nella mostra le temporalità si sovrappongono. E predispongono una serie di mappe che riattivano l’opera di un autore per molti aspetti consumato dalla sovraesposizione pop/commerciale. Attraverso la moda Dalí riappare nella sua identità di artista ermafrodito, narciso, conficcato in quel tempo imperfetto che è stato l’humus in cui hanno preso forma le avanguardie storiche. La mostra ricompone il percorso di Dalí usando la moda come lente capace di isolare e amplificare il suo gesto immaginifico, spregiudicato, generoso dispensatore di un incredibile talento.

«Dalí e la moda» accende immagini che si collegano l’una all’altra. Al centro della terza sala, «The Wardrobe», il cuore dell’esposizione, in cui è sistemato il guardaroba di Gala, (custodito nell’ultima dimora a Púbol), guardo la sua blusa marinière esposta, nella sua semplicità icastica, su un busto sartoriale. In quello stesso momento l’occhio è catturato su una parete da un’opera del 1972-73 composta da due dipinti in cui Gala indossa quella stessa marinière: Dalì di spalle dipinge Gala di spalle eternizzata da sei cornee virtuali provvisoriamente riflesse da sei specchi veri. Opera stereoscopica.

«Studio per il Sogno di Venere» è uno scatto di George Platt Lynes con un intervento a china di Dalí, che mostra l’artista intento a lavorare a un corpo-manichino totemico su cui la collana «Costellazione» di Elsa Schiaparelli crea un reticolo irradiante, mentre l’aragosta posizionata sul sesso conferisce alla figura una sorta di protezione. A proposito di un’altra foto di Lynes, in cui Dalì fa capolino dietro una modella nuda il cui pube è coperto da un’aragosta, Germano Celant ha scritto, nel saggio «Tagliare è pensare», che l’animale esalta «la carica enigmatica e aggressiva delle sessualità. Produce uno scarto linguistico sul ruolo dell’oggetto coprente, l’abito, e ne rivela la tensione erotica segreta. Dalí usa l’animale con le chele trancianti, metafora di forbice, per creare un taglio da cui scaturisca un vestito, metafora di libidine e di sesso, di piacere e di seduzione».

Un taglio che isola una parte del corpo rende prezioso un piccolo dipinto del 1941, poco conosciuto, «Il peccato originale»: un paio di scarpe da uomo sformate buttate lì sono rese incongrue da un piede di Gala che vi compare accanto, mostrando un serpente gioiello attorcigliato sulla caviglia.

E pezzi di corpo sono i gioielli superbi e inquieti che chiudono la mostra, sorta di reliquie di un’immaginazione senza limiti: la spilla «Labbra di rubino», «L’occhio del tempo», le metamorfiche «Mani con venature di foglia», che fanno esplodere quel desiderio che attraversa sempre ciascuno di noi quando vediamo un’idea indescrivibile di bellezza diventare forma.