Diretto da James Watkins e scritto da Mike Flanagan e Hossein Amini, Clayface è il nuovo horror targato DC Studios, inserito nel DC Universe di James Gunn, che dopo Superman prosegue così la costruzione del proprio universo cinematografico attraverso un personaggio tradizionalmente legato alla mitologia di Batman – e in netto contrasto coi toni pop e irriverenti dell’ultimo Supergirl di Craig Gillespie. Tra Cronenberg, Fargeat e Fraju e l’eco di Frankenstein, la DC di Gunn si trasla in un immaginario nel quale si ritrovano tanto le ossessioni per il corpo e la sua degenerazione spaziale del cinema di Watkins – già autore degli horror Eden Lake (2008), The Woman in Black (2012) e il remake di Speak No Evil (2024) –, quanto la vocazione di Flanagan per un horror radicato nella sofferenza individuale, in una convergenza che promette di allontanare il film dalle convenzioni più spettacolari del cinecomic. Resta da vedere quanto questa materia riesca a trovare una propria autonomia, quanto la variazione così netta di suggestioni farà bene al disegno del visionario Gunn, che già sembra tanto vario quanto confuso e a tratti banale. Un po’ come questo Clayface, che nondimeno tenta e, in fin dei conti, fa presagire che la strada possa essere quella giusta.Occhi senza voltoMatt Hagen, cresciuto nelle strade più povere e malfamate di Gotham e diventato una stella del cinema, vede la propria ascesa interrompersi brutalmente quando uno scontro con un boss della criminalità locale lo lascia orribilmente sfigurato. Abbandonato da chi gli ruota attorno e incapace di rassegnarsi alla perdita del proprio volto e della propria carriera, si affida alla dottoressa Caitlyn Corr, che gli propone un trattamento sperimentale capace di restituirgli l’aspetto perduto. Quello che sembra un miracolo medico si trasforma però in un incubo. [sinossi]
C’era una volta una volta chi, privato del proprio volto, viveva nascosto al mondo, dietro una maschera immobile che ne custodiva il segreto e insieme ne sanciva l’esilio, mentre una disperata ostinazione che sconfinava nell’ossessione, cercava le sembianze perdute, di ricomporre ciò che la violenza aveva irrimediabilmente spezzato, di ricondurre alla forma originaria una materia che sembrava ormai sottratta a ogni possibilità di redenzione. Attorno a questa figura si consumava un’oscura fiaba di corpi violati e identità smarrite, di esperimenti condotti nel silenzio di stanze appartate, di vite sacrificate sull’altare di una bellezza da ricostruire, mentre la promessa di una rinascita finiva per confondersi con l’incubo di una prigionia senza fine, e il volto, da semplice attributo dell’esistenza, diventava la soglia invalicabile fra l’individuo e il mondo, fra il desiderio di essere riconosciuti e l’impossibilità di tornare a coincidere con la propria immagine. Era, una volta, in Occhi senza volto (Les yeux sans visage, 1960), il capolavoro di Georges Franju, nel quale l’orrore della chirurgia e della manipolazione del corpo si accompagnava a una pietà lancinante per la sua vittima, e in cui la maschera, più che nascondere una deformità, finiva per rendere visibile l’impossibilità di coincidere ancora con la propria immagine. È proprio in questa frattura fra il corpo e l’identità, fra la possibilità di riparare una ferita e l’illusione di poter ripristinare ciò che si è perduto, che Occhi senza volto può entrare in dialogo con Clayface, pur nella differenza sostanziale fra la dimensione lirica, quasi astratta, del film di Franju e la vocazione al body horror del progetto DC. Anche Matt Hagen (Tom Rhys Harries) è un uomo per il quale il volto rappresenta molto più di una semplice apparenza: attore, dunque individuo la cui esistenza pubblica dipende dalla propria immagine, cerca in un trattamento sperimentale la possibilità di recuperare ciò che gli è stato sottratto da un boss criminale a cui il nostro ha più o meno erroneamente intrattenuto la moglie per una notte, finendo però per scoprire che la restituzione del corpo non coincide necessariamente con la restituzione di sé. Se il dottor Génessier sacrificava altre donne alla propria ossessione paterna, trasformando la figlia in un oggetto da ricostruire secondo un ideale di normalità, Hagen si consegna invece a una procedura che promette di ricomporre la sua identità e che finisce per dissolverne i confini; ma in entrambi i casi il tentativo di correggere la natura si rivela un’impresa mostruosa, e il volto perduto diventa il centro di una tragedia che riguarda anche lo sguardo degli altri, la possibilità di amare ed essere amati, il diritto stesso a esistere al di fuori della propria apparenza. Là dove Franju affidava alla maschera immobile di Christiane e alla sua dolorosa estraneità al mondo una delle immagini più perturbanti del cinema moderno, Watkins sembra spingere il medesimo conflitto verso la mutazione della carne, facendo della materia corporea non più soltanto il supporto di un’identità ferita, ma il luogo in cui quell’identità si disgrega e assume una forma irrimediabilmente altra.
La visione, va detto, non manca a questa nuova iterazione del DC Universe, che affidato alle mani di James Gunn promette varietà e stupore, brillantezza, spensieratezza, risate ma anche il peso delle tragedie umane che storicamente sono le fondamenta di ogni supereroe e supercattivo. In questi termini, Clayface rappresenta forse il più compiuto risultato di questa lenta metamorfosi, “il più Troma” per estetica e contrappunto di toni, strizzatine d’occhio tra il metatestuale e la citazione alla lontana ma, soprattutto, l’estetica della mutazione che si riscontra in primis nella sapiente commistione di effetti analogici e digitali sul volto scioglievole e modellabile del protagonista. Il bellissimo e lanciato giovane attore Matt viene candidato all’Oscar, partecipa ospite ad un talk show che sa tanto della celebre sequenza del primo Joker di Todd Phillips, e celebrando questo suo ritorno nella natale Gotham col suo amico di sempre in discoteca, finisce a letto con una donna bellissima, che però è l’esuberante e frustrata moglie di uno dei più temibili boss criminali della più temibile e criminale città del mondo. Viene orrendamente sfregiato, perde un processo già chiuso in partenza e viene rimpiazzato da legali e star system. Diventa un mostro: ossia torna al nulla, al malfamato e povero West End di Gotham da cui era uscito lottando tanto, da solo e nascosto dalle uniche attenzioni rimaste che sono quelle degli smartphone di sconosciuti che lo riprendono o fotografano in metro. Ma ogni mostro ha il suo Dottor Frankenstein, ossia la dottoressa Caitlin Bates (Naomi Ackie), anche lei in cerca di una sorta di vendetta professionale, che è da poco venuta a capo di una tecnologia microcellulare in grado di imparare autonomamente struttura e comportamento dei tessuti su cui dovrà agire. Se l’intreccio pare in tutto e per tutto una versione più pop, thriller e in parte action del più recente e folgorante The Substance, questo è anche perché Clalyface sembra attingervi a piene mani (tra e varie altre) senza far troppi complimenti, e con esiti che concettualmente non si limitano alla strizzata d’occhio. Di fatti, per chiunque conosca il personaggio DC che Flanagan, Amini e Watkins tentano di reinventare, la scelta di trasformare Matt in attore è sì facile, ma funzionalissima ad un discorso che punta dritto alla necessità di un apparire consono al ruolo e allo status che si è decisi a raggiungere nel mondo, nonché ad un – sulla carta – raffinato riscontro che ondeggia dal perturbante al comico nel momento in cui verranno a galla le vere potenzialità dei poteri di Clayface, o le sue “interpretazioni”. In tal senso, è anche interessante notare come la cura della dottoressa, anche se esterna all’organismo, non rappresenti che una riattivazione di elementi di sofferenza e profonda inadeguatezza mai del tutto chiariti, eppure sufficientemente chiari nell’emergere, specie proseguendo la visione e comparando i pochi dati su di lui con quelli dei personaggi che gli fanno da specchio.
Tipico di Flanagan e meno di Watkins, il profondo dolore che trascina Matt nella follia, che lo trasforma in mostro assieme al suo corpo – come avviene con tutti e tutto a Gotham – , capace da solo di irradiare una patina di irrecuperabile che innalza il film spesso ben aldilà delle sue goffaggini e stonature – queste sì, ben più tipiche dell’ultimo Watkins. A monte di buone interpretazioni, e di un immaginario che mantiene una sua riconoscibilità tangibile e in convincentissima connessione al The Batman (2022) di Matt Reeves – che anche qui figura accreditato tra i produttori – , lo stesso non può dirsi di tonalità che, seppur volutamente in bilico tra comico, drammatico e gore, spesso finiscono verso uno sbilanciamento in direzione di una risata che “scappa” nei momenti sbagliati, per un timing inesatto o un eccessivo accumulo di trovate ed effetti ad alto impatto – ma di certo altissimi nella qualità. Similmente ondivaga è la cura del dettaglio nelle soluzioni che riguardano la detection del detective Borelli (Max Minghella), marito della dottoressa Bates che segue il caso parallelo alla vicenda di Hagen; o le “rivelazioni” di quei piccoli giochi tensivi alla Face/Off – Due facce di un assassino (1997, John Woo), fatti di coreografie di identità purtroppo non sempre ben supportate da un montaggio all’attesa dell’ambiguità desiderata. Insomma, Clayface non rende forse il dovuto omaggio a uno storico villain dei fumetti che oramai da tanto sembrerebbe meritare di più, eppure ci prova con varietà e sana voglia di intrattenere, non limitandosi neanche nello sforzo intellettuale e, paradossalmente, proprio per seguire i canoni dell’origin story, semplificando fin troppo la struttura e le trovate di una storia che – senza spoiler – solo a pochi minuti dal finale rivela quale sarebbe potuto essere il suo “accesso” narrativo ideale. Ma la varietà del DC Universe comincia a contaminarsi, gli effetti iniziano a vedersi e la strada, ora sembra più tracciata; l’augurio è che si riveli quella giusta fino in fondo.
Info
Clayface, un trailer.