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Kim e Putin a Pechino con Xi per la parata della Vittoria ("sfila l’Asse del disordine mondiale")
MMondo

Kim e Putin a Pechino con Xi per la parata della Vittoria (“sfila l’Asse del disordine mondiale”)

  • 28 Agosto 2025

di
Guido Santevecchi

Il leader nordcoreano partecipa per la prima volta a un vertice internazionale allargato. In gioco anche il dialogo con Trump

Torna in scena (in grande stile) Kim Jong-un. Lo attende a Pechino Xi Jinping, sulla tribuna di Piazza Tienanmen per assistere alla parata militare che celebrerà mercoledì 3 settembre gli 80 anni della vittoria cinese nella guerra di liberazione dall’occupazione giapponese. Di sicuro la partecipazione del Rispettato Maresciallo di Pyongyang è stata concordata con i cinesi attraverso contatti politico-diplomatici meticolosi durati mesi, ma è significativo che l’annuncio sia arrivato subito dopo che Donald Trump, lunedì scorso, ha ribadito di aspettare il momento opportuno per riannodare la sua «relazione molto buona» con il dittatore nordcoreano, che ha incontrato tre volte tra il 2018 e il 2019, prima di abbandonare il negoziato.

L’appuntamento di Pechino presenta elementi di assoluta e inquietante novità. È la prima volta che Kim si avventura in un evento non solo bilaterale: a Pechino il cerimoniale cinese ha invitato 26 capi di Stato e di governo stranieri, da Vladimir Putin al presidente dell’Iran, al capo della giunta militare che governa Myanmar, ai leader di Serbia e Slovacchia. La lista messa insieme da Xi Jinping fa venire subito in mente «l’Asse del disordine mondiale», perché Nord Corea, Russia e Iran con le loro azioni in violazione delle leggi internazionali si sono meritati il titolo di Paesi più sanzionati del pianeta.



















































Il triangolo Xi, Putin, Kim è esplosivo, letteralmente. La Cina è storicamente il grande protettore della Nord Corea: l’ha salvata nel 1950 lanciando un corpo di «volontari» nella guerra sul 38° Parallelo contro sudcoreani e forze dell’Onu guidate dagli Stati Uniti. E poi da decenni ha puntellato la Dinastia Kim con la forza della propria economia: da quando Pyongyang è stata stretta dall’embargo internazionale a causa della corsa nucleare, Pechino controlla almeno il 90% dei commerci nordcoreani, dalle derrate alimentari al petrolio.

Xi però non ha mai amato Kim, considerando che proprio la sua continua minaccia nei confronti di Seul ha dato ragione agli americani per mantenere una forte presenza militare in Sud Corea. Oltretutto, avere una potenza nucleare e missilistica al confine cinese, in mano a un giocatore poco prevedibile come Kim, sicuramente non fa felici i cinesi (un conflitto nella penisola coreana porterebbe un fiume di profughi a cercare rifugio in territorio cinese e se fossero mai usate armi atomiche il fall out radioattivo minaccerebbe le città più vicine della Repubblica popolare cinese).

Comunque, per decenni Pechino nel grande gioco della geopolitica ha sfruttato la minaccia nordcoreana nei confronti di Seul e Washington, ripetendo che il rapporto con i fratelli della Repubblica democratica popolare di Corea era come quello tra le labbra: «se quelle superiori si allontanassero da quelle inferiori la bocca soffrirebbe il freddo». Però, al solito, quando gli americani l’hanno sollecitata a frenare la politica bellicosa della Nord Corea, la Cina ha risposto di non avere gli strumenti per influire sulle scelte di un Paese sovrano.

Xi ha incontrato Kim cinque volte, tra il 2018 e il 2019, proprio nei mesi in cui Trump cercava di fare un «big deal» con i nordcoreani: fine delle sanzioni in cambio di rinuncia al progetto nucleare e come premio investimenti americani per «trasformare le coste nordcoreane in una splendida riviera» (il presidente ex costruttore ha l’ossessione dei programmi edilizi, che ha proposto anche per la costa di Gaza).

Durante i negoziati con il presidente americano, dunque, Kim sentì il dovere di andare a rapporto dal grande protettore cinese. Poi, a causa del Covid, tra il 2020 e il 2022 la Nord Corea sigillò la frontiera con la Cina diluendo anche gli scambi politici.

Poi Kim ha cominciato a guardare con crescente interesse a Mosca. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Kim e Putin si sono incontrati due volte, concordando nel 2024 un patto di mutua assistenza bellica. Alla fine dell’anno scorso migliaia di soldati nordcoreani sono stati spediti al fronte, contribuendo alla riconquista russa della regione di Kursk; il contingente di Pyongyang ha perso centinaia di soldati, Putin li ha ringraziati per il loro eroismo e lo scorso maggio, alla parata per la vittoria sul nazismo, sotto le mura del Cremlino, lo zar ha abbracciato e baciato i generali del corpo di spedizione venuto dalla Nord Corea. Kim non era andato a quella celebrazione moscovita, mentre ora si avventura a Pechino.

Forse il capo nordcoreano ha bisogno di ristabilire le priorità della sua politica estera, tenendo conto che oltre ad appoggio politico, tecnologia bellica (soprattutto missilistica) e petrolio, la Russia ha poco da offrirgli di utile, mentre la Cina resta vitale: ancora nel 2023 il 97% del commercio estero della Nord Corea è stato con Pechino e solo l’1,2% con Mosca. Il Maresciallo nordista potrebbe anche volere l’assenso di Xi per un’eventuale ripresa del dialogo con Trump. E mostrandosi al fianco di Putin e del padrone di casa cinese alla parata rafforza la sua posizione negoziale.

Un investimento geopolitico anche per Xi, che sta giocando una enorme partita con il presidente americano e schiera a Tienanmen l’Asse del disordine. Non sapremo quanto saranno sinceri gli abbracci e le dichiarazioni, ma la loro intensità darà molto lavoro ai politologi.

28 agosto 2025 ( modifica il 28 agosto 2025 | 16:18)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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