È di sei morti e più di trenta feriti (alcuni gravi) il bilancio di un attentato avvenuto oggi in Giordania all’interno di una chiesa di rito greco ortodosso di Hamoud, cittadina del governatorato di Karak, a sud della capitale Amman. L’attacco è avvenuto durante la celebrazione di un funerale. Nella conferenza stampa convocata poche ore dopo, le autorità hanno sciolto i dubbi iniziali sulla matrice dell’assalto: «La Giordania è stata bersaglio di un gruppo di estremisti», ha dichiarato il ministro degli Interni, Mazin Al-Farrayeh, aggiungendo: «Le forze di sicurezza stanno lavorando intensamente per catturare i responsabili. È troppo presto per rivelarne i nomi, anche se ne conosciamo diversi». Forte e immediata è stata la reazione del re Abdullah II che in un post in lingua inglese rilanciato su “X” ha promesso: «L’attacco terroristico riceverà la più dura delle risposte, colpiremo con pugno di ferro chiunque osi minacciare la nostra nazione».
I media locali hanno subito attribuito l’accaduto a esponenti dell’islam radicale, riportando indiscrezioni filtrate dagli investigatori. Le testimonianze raccolte dall’emittente televisiva statale Al Mamlaka aiutano a capire la dinamica dell’assalto: tre uomini armati e a volto coperto sarebbero scesi da un’auto e, a distanza, avrebbero cominciato a sparare verso la chiesa. Poi, nascosti da un muretto basso, avrebbero corso fino l’ingresso dell’edificio e fatto irruzione a celebrazione appena cominciata. La pioggia di proiettili che è seguita sarebbe durata cinque (lunghi) minuti consecutivi. Khaled Burqan, sopravvissuto all’agguato, ha raccontato che alle esequie erano presenti decine di persone. Alcuni dei feriti sono stati portati all’ospedale italiano di Karak gestito dalle suore comboniane.
Al momento non è arrivata alcuna rivendicazione. I tre terroristi, così riferiscono alcune fonti, sarebbero di nazionalità giordana. Attacchi di questo tipo sono estremamente rari in Giordania. I cristiani rappresentano soltanto circa il 2% della popolazione, a maggioranza musulmana, ma hanno seggi garantiti in Parlamento e da lungo tempo ricoprono incarichi di ministri e ambasciatori. La comunità cristiana è parte integrante del patrimonio religioso e culturale del Paese. Soprattutto a Karak. Qui, a circa 120 chilometri a sud della capitale Amman, la presenza cristiana risale a oltre 1.500 anni fa quando l’Impero romano d’Oriente governava questa parte del Medio Oriente. Non è la prima volta che proprio Karak viene presa di mira dai terroristi. Nel 2016, un gruppo di quattro combattenti (si parlò di Isis) assaltò un castello di epoca crociata e sequestrò le persone che lo stavano visitando. L’assedio durò cinque ore. Gli attentatori uccisero dieci persone, tra cui agenti delle forze di sicurezza, due civili giordani e un turista canadese. Infine morirono nel bliz della polizia intervenuta a salvare gli ostaggi. «Tutti contiamo sul fatto che quello che è accaduto non metta in discussione la vocazione al dialogo e alla convivenza pacifica fra comunità diverse di questo Paese», ha commentato i nunzio apostolico in Giordania monsignor Giovanni Pietro Dal Toso.
Oggi, a mezzogiorno, le campane di tutte le chiese cristiane, cattoliche e ortodosse, suoneranno all’unisono in risposta all’attentato. Il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III, i membri del Santo Sinodo e il metropolita di Giordania, Christophoros, hanno sottolineato in un comunicato: «Questo odioso e sanguinoso atto non minerà la nostra unità nazionale ne’ la nostra fermezza». Anzi, aggiunge la nota comune, «dovrà rafforzare i legami tra cristiani e musulmani e la coesione attorno alla leadership giordana». «Se l’intento era di sradicarci dalla nostra Terra Santa e costringerci ad andarcene – puntualizza – non farà altro che rafforzare il nostro attaccamento». Il governo di Amman, lo ricordiamo, ha avuto un ruolo chiave come ponte diplomatico, mediatore e attore di stabilità anche nel conflitto in Medio Oriente.