di
Guido Olimpio
Giovedì il bombardamento su Sanaa con obiettivo alcuni esponenti del movimento filo-iraniano. Le prime ricostruzioni parlano di un attacco multiplo, mentre altre fonti hanno ipotizzato incursioni separate
Mercoledì sera sulla pagina online del Jerusalem Post era uscita un’analisi sul perché Israele non fosse riuscito ad infliggere un colpo pesante alla leadership Houthi e spiegavano: sono esperti, si «disperdono» per evitare azioni chirurgiche, l’intelligence è ritardo nell’attività di infiltrazione, serve ancora del tempo. Giovedì è arrivato il bombardamento su Sanaa con obiettivo alcuni esponenti del movimento filo-iraniano.
Le prime ricostruzioni parlano di un attacco multiplo, in concomitanza con una riunione dove erano presenti dirigenti importanti. Altre fonti hanno ipotizzato incursioni separate, simili a quelle che hanno portato alla decapitazione prima dei pasdaran in Siria, poi dei vertici Hezbollah in Libano, infine dei comandanti e degli scienziati nucleari in Iran. Inevitabile la nebbia di guerra. Un tv israeliana ha indicato come target il Capo di Stato Maggiore e il responsabile della difesa, fonti yemenite hanno smentito in uno scontato duello di versioni.
Da quando gli Houthi sono entrati nel conflitto al fianco di Hamas la sfida con lo Stato ebraico e l’Occidente si è svolta su due livelli. Il primo ha visto le incursioni contro il naviglio lungo la rotta del Mar Rosso, con molte unità prese di mira, una sequestrata e diverse affondate. Una tattica per mostrare solidarietà ai palestinesi e punire cargo o petroliere collegate in qualche modo a Israele. Le aggressioni hanno costretto numerose compagnie a usare la rotta africana rinunciando al passaggio attraverso Suez, con evidente aumento dei costi. Il secondo livello ha riguardato le centinaia di lanci di droni kamikaze e missili balistici in direzione del territorio israeliano. L’ultimo episodio, pochi giorni fa, con l’uso di un vettore in grado di sganciare munizioni a grappolo. Pochi i successi ma l’offensiva ha comunque ribadito le capacità degli Houthi, sostenuti da Teheran ma anche dalle forniture cinesi contrabbandate a bordo di piccoli scafi e, in passato, via Oman.
Lo schieramento di una flottiglia in chiave difensiva da parte dei paesi Nato (Italia inclusa), le rappresaglie condotte da Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele su obiettivi militari e infrastrutture non hanno avuto alcuna deterrenza. Perché gli Houthi vengono da anni di conflitto interno ed esterno, sono tenaci, hanno poco da perdere, si sono organizzati nascondendo molti dei loro sistemi in bunker e grotte (in modo da poter mantenere un tiro cadenzato anche se non intenso), sono maestri dell’adattamento.
Gli Usa hanno poi un fatto un passo indietro, Donald Trump ha affermato di averli sconfitti e ha dichiarato un «cessate il fuoco». Che vale poco e soprattutto non riguarda lo scontro con Israele, rimasto totale, quotidiano. Con allarmi continui per i civili israeliani e ogni tanto una ritorsione dell’IDF. Progressivamente da Tel Aviv sono arrivati moniti nei confronti dei capi nemici lasciando intendere di essere pronti a togliere di mezzo le «teste pesanti». A patto di scovarle.
Gli Houthi, consapevoli di quanto era avvenuto a Beirut e Teheran, hanno adottato contromisure per cercare di ridurre i rischi. Molta attenzione agli apparati elettronici e alle comunicazioni, ossia a quei canali che possono essere tracciati e intercettazione. Cautela negli spostamenti, regole di sicurezza più strette, caccia alle spie, neutralizzazione di dissidenti.
Più volte sono uscite voci, non verificabili, su alti ufficiali scomparsi da tempo – in seguito a blitz israeliani – e su altri sfuggiti per un soffio alla rappresaglia. Un ciclo che si ripete in queste ore. Vedremo se Israele ha trovato una breccia nello scudo avversario magari con l’aiuto di attori regionali: i servizi sauditi ed emiratini possono avere dei ganci migliori così come i governativi yemeniti. Per il momento da Sana negano conseguenze serie.
28 agosto 2025 ( modifica il 28 agosto 2025 | 20:14)
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