di
Marta Serafini
L’armata vuole isolare e svuotare il bastione della difesa ucraina nell’est
DALLA NOSTRA INVIATA
KRAMATORSK
Kramatorsk è il corpo lercio e seminudo di un uomo che balla davanti alle macerie fumanti di un distributore di benzina appena colpito dai russi. Un matto di cui nessuno si cura e che nessuno metterà in salvo.
Missili Banderol, bombe kab, droni: i russi sganciano senza sosta sul bastione principale della cintura delle fortezze. Le sirene non suonano nemmeno più mentre brucia la città. Dieci, dodici chilometri al massimo, è la distanza della linea del fuoco nemico. Maria Lisa, 6 anni, accarezza il suo cane di pezza. Sopra la sua testa fischiano i colpi dei proiettili ucraini che provano ad abbattere un drone russo. Nel rifugio di cemento armato movibile Maria Lisa aspetta che arrivino a prenderla per portarla via. Con lei la nonna, Lia. «Sono arrivata qui negli anni ‘90 da Baku, sono armena, sono scappata dall’Azerbaigian», racconta mentre prova a non fare sentire alla nipote la paura degli adulti. «Vai a scuola?» «Non ancora, spero il prossimo anno».
Il segnale

L’ordine di evacuazione forzata per le famiglie di Kramatorsk e Sloviansk è arrivato a inizio settimana. È il segnale: quando i bambini se ne vanno le città iniziano a morire. Prima Bakhmut e Kupiansk, poi Pokrovsk e Myrnohrad: ora anche Kramatorsk e Sloviansk devono mettere in salvo tutti i minori. Sono 60 mila i civili che ancora vivono in zona di combattimento in tutta la regione. L’8 ottobre due bombe plananti hanno colpito due autobus pubblici in centro, all’ora di punta del mattino. Trenta morti, 18 feriti, uno dei peggiori attacchi a civili in Ucraina di quest’anno. Da allora i mezzi pubblici non vanno più, la ferrovia è ferma dall’inverno scorso. La fila ai bancomat e alla posta per ritirare la pensione è lunga. «Non so quanto tempo ancora di vita ha questa città, direi due mesi al massimo», spiega Vassily, volontario della ong locale Proliska, mentre fuma una sigaretta davanti al bunker di cemento.
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Per un minuto o due i colpi tacciono. È la finestra che bisogna utilizzare per muoversi. Passare sul ponte sopra la ferrovia che collega la periferia al centro è un roulette russa nel vero senso della parola. Sull’asfalto si alza il fumo delle kab appena cadute. «Corri, corri». Il cuore va a tremila, più veloce dell’auto lanciata a 160 km/h che fa lo slalom tra le carcasse dei veicoli incendiati e le voragini. L’obiettivo dell’armata è tagliare l’accesso alla città, principale snodo ferroviario della regione e punto strategico di tutto l’Est, stringerla d’assedio e far sì che non entrino più i rifornimenti. E renderla un luogo inabitabile. Maceria e deserto come Grozny, come Aleppo. Le unità avanzate russe hanno raggiunto il canale Siverskyi Donets-Donbas. La strada Dobropillia-Kramatorsk è tagliata.

Alzano gli occhi verso il cielo i soldati fermi davanti alla pizzeria Celentano di fronte alla stazione. Il centro è intrappolato nelle reti anti drone. È un condannato a morte che attende la sentenza Kramartorsk. L’operazione Vivaldi del 3° Corpo d’Armata di Andrii Biletskyi, fondatore dell’Azov, ha sventato il tentativo russo di accerchiare la cintura. La tenaglia settentrionale doveva passare proprio per Lyman, porta d’accesso alla cintura delle fortezze. «Vivaldi» ha distrutto quel braccio: le foreste a est di Lyman sono state ripulite. Ma ora — sentenziano su X gli esperti militari — «gli ucraini devono consolidare il fronte attorno a Kramatorsk e Sloviansk». Facile a dirsi. Più difficile a farsi. Come passare quel maledetto ponte.
La menzogna russa
Alla chiesa avventista, padre Eugeny è stanco. Ad ogni colpo sobbalza. La fila per l’acqua e i vestiti si allunga. «Restiamo e resteremo fino alla fine ma non so se riusciremo a passare l’inverno», dice in sussurro mentre fa passare una signora che piange. Una babushka rovista tra i panni. «Non tutti vogliono andarsene ma ora chi resta coi bambini è fuorilegge». Il 16 ottobre il capo di stato maggiore russo Valery Gerasimov ha dichiarato che le forze russe avevano «raggiunto i sobborghi di Kramatorsk» e preso diversi insediamenti. Una «menzogna bella e buona», ha ribadito il portavoce delle forze ucraine Andriy Kovalev.

La verità sta tutta negli occhi di Liuba. Nata nel 1928 a Leningrado, si è trasferita a Kiev da ragazza, poi il Donetsk. Vaga davanti un condominio distrutto in un sobborgo della città. «È casa mia, l’hanno colpita due giorni fa». Parla russo, come tanti da queste parti. Intorno a lei, un branco di cani randagi. «Pensa te, me ne devo andare cacciata dai russi, da quelli che credevo dovessero proteggermi. E invece ora a proteggermi ci sono miei cani. E chissà chi darà loro da mangiare quando io non ci sarò più».

26 ottobre 2026 ( modifica il 26 ottobre 2026 | 08:25)
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