di
Paolo Mereghetti
Il regista Giovanni Veronesi attraverso l’Inquisizione riflette sulla comicità e il valore della coerenza
Perché ridere fa paura? La domanda che il nuovo film di Giovanni Veronesi, Dio ride, ci rivolge è proprio questa: perché dovremmo temere chi usa la comicità per farsi capire, per aiutarci a conoscere temi e verità che altrimenti potrebbero spaventarci o sembrare troppo distanti?
La prima risposta è quasi automatica: Giovanni Veronesi ha sempre fatto film che usavano il sorriso e qualche volta la comicità per arrivare al pubblico (e farci piacere i suoi film).
Così vien da pensare che lo scopo di quest’ultima regia, che «scomoda» addirittura Dio, è quello di chi vuole difendere la propria scelta di campo e trasforma tutto in commedia, dall’epica dei tre moschettieri al ritratto del carattere nazionale fino alle rivendicazioni femminili per una vera parità.
Eppure c’è qualcosa di più e di meglio nel film, perché altrimenti non avrebbe fatto ricorso a frate Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino) né l’avrebbe ambientato a metà del Seicento, quando l’Inquisizione si incaricava di far rigare dritto le persone.
Dio ride inizia nel 1652, mentre impazza la peste in Umbria, da cui fugge frate Leopoldo portandosi sulle spalle il proprio priore (Paolo Rossi) per salvarlo dalla furia purificatrice dei monatti.
Morto il superiore, il cappuccino si ritrova a chiedere ospitalità a un convento in Toscana, guardato subito con una certa diffidenza dal mostruoso priore con un occhio solo (Maurizio Lombardi). Che diventa aperta ostilità quando si scopre la fortuna che hanno i suoi insegnamenti: lui racconta i miracoli di Gesù, ma lo fa con una semplicità e un’immediatezza subito comprensibile al popolo (a cui parla anche nel suo dialetto maccheronico) e soprattutto senza preoccuparsi se per colorire la storia ci aggiunge qualche risata.
Il successo è immediato, i poveri seguono lui e disertano le chiese. E la Chiesa reagisce accusandolo di eresia e connivenza col Diavolo, spalleggiato dal signorotto locale preoccupato anche dell’influenza che frate Leopoldo sembra avere sulla moglie, la contessina Isabella (Alma Noce), malmaritata e decisa a non fare un figlio con un marito violento e volgare.
La denuncia arriva all’ufficio dell’Inquisizione di Siena e poi in Vaticano, dove il papa (Carlo Cecchi, alla sua ultima divertita interpretazione) incarica l’arcivescovo Vincenzo Maculani (Silvio Orlando) di farsi carico del caso, che rischia di diventare un pericoloso precedente. Ed è qui che il film prova ad alzare il tiro.
La funzione «ricreativa» della comicità aveva già avuto molti sostenitori al cinema, a cominciare dalla sua messa in forma più perfetta (scusate l’iperbole) con il finale nel campo di lavori forzati di I dimenticati di Preston Sturges.
Ma Veronesi (che firma la sceneggiatura con Nicola Baldoni, Gianluca Bernardini e Nicola Deorsola) non si ferma qui. Trasforma il suo frate illetterato e analfabeta in un testardo campione di coerenza: di fronte al compromesso che Maculani gli propone (una abiura pro forma e l’astensione da ogni futura predicazione), Leopoldo da Casamacchia diventa il paladino di una scelta di vita che va al di là della semplice difesa della leggerezza ridanciana.
La testardaggine con cui difende la sua decisione di non abiurare diventa una riflessione sulla fedeltà alle proprie idee, sul valore di una scelta di vita, sul rifiuto di ogni compromesso. Scelte non scontate, ieri (lo spettatore vedrà come andrà a finire per il frate) ma soprattutto oggi, quando il trasformismo delle idee sembra moda quotidiana.
In questo modo finiscono per assumere un rilievo particolare quelle battute che ogni tanto sembrano deragliare dalla via maestra del film ma che invece ne rivendicano la coerenza.
Come l’uscita del giovane monaco Giacinto (Francesco Gheghi): «I toscani so’ cattivi, noi romani manco ce pensamo a fa’ ’na cosa del genere» (a proposito della denuncia all’inquisizione).
O come la battuta «Si va con la fantasia» che la contessina usa per consolarsi del suo malcapitato matrimonio e che l’arcivescovo eleva invece a regola di vita in un mondo (e una Chiesa) che non vuole ammettere chi la pensa diversamente.
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27 ottobre 2026
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