Alle Giornate degli Autori di Venezia 82 c’è un unico film italiano in gara: La Gioia di Nicolangelo Gelormini, un’opera che dietro l’apparente promessa del titolo nasconde una storia ben più amara. Protagonista è l’eponima Gioia (Valeria Golino), un’insegnante di francese solitaria, intrappolata in un’esistenza segnata dal controllo opprimente dei genitori e dalla totale mancanza di confidenza con il mondo esterno. La sua vita sembra però cambiare quando incontra Alessio (Saul Nanni), uno studente di appena 18 anni che si prostituisce pur di aiutare la madre (Jasmine Trinca).
Quando la compassionevolmente acerba sfrontatezza di lui si scontra con la puerile vulnerabilità di lei, nasce una sorta di legame proibito, bisognoso e al tempo stesso disperato, che per propria natura non può che trasformarsi in tragedia. Liberamente ispirato all’omicidio di Gloria Rosboch, avvenuto nel 2016, il film di Gelormini non rincorre la cronaca, ma la trasfigura in parabola morale, raccontando una storia d’”amore” brutale nella sua normalità: quella degli emarginati.
La Gioia, o la storia di solitudini irreparabili
Torino: Gioia è una comune e timida insegnante liceale, incapace di muoversi in una realtà che non sia contenuta nei romanzi di Flaubert. La sua preparazione professionale contrasta infatti con una forte inettitudine sociale, che la isola – o, come lei crede, la protegge – da quella che, semplicemente, è la vita. Veste modesta, è fan della Juve e vive nella medesima cameretta d’infanzia, in casa dei genitori. Sono proprio loro a trattarla ancora come una bambina, impedendole di sperimentare qualunque forma di autonomia. Ed è così che Gioia vive ogni giorno una routine identica a quella precedente: un’inconsapevole prigione di cui la stessa, non conoscendo altro, si definisce grata. È proprio in questo vuoto perfettamente malleabile che si inserisce Alessio, uno studente liceale, ribelle poiché abbandonato a sé stesso, che si prostituisce per sostenere economicamente i capricci finanziari della volubile madre, cassiera in un supermercato.
MARIA VERNETTI
I loro incontri sono eticamente deboli ma sempre più necessari: un’unione irrealizzabile – fatta di bugie, ossessione e inganno affettivo – che eppure appare come salvezza e insieme condanna. Gioia vede in Alessio la possibilità di riscoprirsi attraverso una visceralità adolescenziale, per definizione ingenua. Lui, che invece di rapporti umani è stato già costretto a conoscerne fin troppi, trova finalmente in lei un rifugio gentile. Il tutto fino a che un preciso gesto non porrà per sempre fine a ciò che, in verità, non sarebbe mai dovuto iniziare. Liberamente ispirato al caso Rosboch, il film rielabora quanto accaduto per restituire una storia universale: l’impossibilità di sfuggire al cinismo di una provincia feroce, dove l’isolamento a l’abbandono sono destinati a morire come tali.
Una tragedia (annunciata) che non cerca il sensazionalismo
Gelormini non porta lo spettatore verso il clamore, ma lo trascina a fondo nella fragilità umana, attraverso un film che racconta la comune storia di chi vive ai margini senza che nessuno se ne accorga. Alessio viene ignorato – in senso etimologico – sia dagli insegnanti che dai familiari: cresce in un vuoto che lo precede e lo condanna. Gioia, invece, non solo non viene vista, ma è per prima così protetta da non poter (e ormai voler) volgere lo sguardo al di fuori della propria echo chamber analogica. Rispetto a Diario di uno scandalo di Richard Eyre (2006), qui i protagonisti sono speculari: il ragazzo è costretto a farsi adulto prima del dovuto, mentre l’insegnante sembra intrappolata nella mente di una bambina. Ne deriva un paradosso crudele: entrambi sono vittime e colpevoli, perché la loro unione non redime, ma annienta. Due fragilità che, sommate, diventano distruzione.
Nonostante il finale sia dunque intuibile fin dall’inizio, il film riesce a donare coerenza anche alla prevedibilità: Gelormini non cerca il sensazionalismo, ma resta fedele a un dolore che si compie per necessità. Le interpretazioni, a loro volta, sono calibrate con precisione: Valeria Golino è intensa e potente nella trascuratezza scenica e Saul Nanni sorprendente nella maturità. Jasmine Trinca, infine, si fa sapientemente corpo di un dolore materno asciutto, che richiama da vicino quei tristi casi di cronaca fatti di personalità omissive che, per cecità o omissione, non riescono a prendersi cura dei figli. A sostenere il cast c’è una scrittura solida: la sceneggiatura, vincitrice ex aequo del Premio Franco Solinas 2021, è firmata da Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori con la collaborazione di Chiara Tripaldi e dello stesso Gelormini, e si ispira all’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento di Scarpinato e Gioia Salvatori. Una base drammaturgica che permette agli attori di trovare misura, rendendo credibile l’inevitabilità della tragedia e ricordando a chiunque quanto possa essere crudele l’ordinaria fragilità che ci circonda.
Appassionata di nuovi e vecchi media e studiosa in via d’evoluzione dei servizi multimediali over-the-top, scrivo principalmente di grande e piccolo schermo e sostenibilità ambientale.
Dopo aver mosso i primi passi come PR Consultant per Prime Video, sono passata dall’altra parte del “palco”, abbracciando il mondo del giornalismo. Ho scritto, tra gli altri, di cinema per Sky TG24, di innovazione per Innovando News e di attualità per il Corriere del Trentino, per poi approdare nel mondo di Hearst.
Nella mia vita ideale The Office è in loop, sono circondata da animali e le Dolomiti fanno da sfondo. Anagraficamente Gen Z, sono Millennial nella vita di tutti i giorni: eternamente nostalgica, fingo di saper usare TikTok, ma non ho mai abbandonato le agende cartacee.