di
Davide Frattini
«Anche se è un partito tradizionalista, Ra’am vuole la cooperazione: l’ho scelto per questo»
Dal nostro inviato
Gerusalemme – La tratta Varsavia–Tel Aviv-Varsavia in meno di ventiquattro ore perché temeva che queste elezioni diventassero per Israele un biglietto senza ritorno «dai quattro anni più distruttivi della nostra Storia»: «Il governo ha messo in discussione gli elementi che rendono una società una società. La giustizia, l’esercito, i servizi di sicurezza, i mezzi d’informazione, la scuola. Ha cercato di smontare i pilastri della democrazia», racconta al telefono lo scrittore Etgar Keret dalla Polonia dov’è tornato dopo aver votato.
A Varsavia c’è un edificio che visto dalla strada sembra la colonna di un ascensore, di quelle postmoderne, tutte in vetro per dare il senso di vertigine mentre si sale. Visto da dentro è una casa, anche se la più stretta al mondo, premiata così dal Guinness dei Primati. Gli spazi ridotti sono stati creati per espandere la creatività degli artisti invitati a trascorrere ventun giorni da eremita. Solitari nel centro trafficato della capitale, al centro di quello che era il Ghetto dove i nazisti ammassarono gli ebrei polacchi a partire dal 1940. Tra loro la madre di Keret, il detentore delle chiavi e dell’accesso al mini-appartamento.
Stretta sembra anche la via che Gadi Eisenkot, il principale avversario di Benjamin Netanyahu, si trova a percorrere. Ma per Keret è un passaggio inevitabile: «Deve scegliere se vuole continuare a sostenere i test di patriottismo imposti dal primo ministro o scegliere un cammino nuovo. Assieme ai partiti arabi. Io ho votato per Ra’am, guidato da Mansour Abbas, anche se è ipertradizionalista e non condivido certo tutte le sue posizioni. Per primo ha però dichiarato che le formazioni arabe devono cooperare, smettere di boicottare i governi. Per me non possiamo restare aggrappati alla purezza delle nostre ideologie: dobbiamo lavorare insieme per uscire dalla fossa in cui siamo caduti. Oggi questa possibilità esiste. Se la si rifiuta e l’alternativa è ancora Netanyahu, l’esclusione degli arabi mostrerà un volto razzista della società israeliana».
Si aspettava che dopo gli eccidi del 7 ottobre, per cui non si è preso alcuna responsabilità, Netanyahu uscisse ancora in testa da questo confronto, anche se ha perso la maggioranza?
«Mi ha sorpreso molto. Ribadisco: l’opposizione ha i numeri con gli arabi per spodestarlo. Se il problema fosse il servizio militare — gli arabi si arruolano solo da volontari — perché accettare i voti degli ultraortodossi che lo rifiutano? I cittadini arabi lavorano, pagano le tasse e partecipano alla democrazia. Ci sono medici arabi che hanno curato le vittime del 7 ottobre».
Eisenkot promette di lavorare per rinsaldare le fratture create nel Paese dalla coalizione di estrema destra.
«Hanno cercato deliberatamente di distruggere e con la loro incompetenza hanno distrutto ancora di più. Allo stesso tempo hanno aizzato le persone le une contro le altre: accuse di tradimento, richieste di mandare in prigione gli avversari. La società è stata lacerata dall’interno».
Qualcuno dice che l’ex capo di stato maggiore deve trovare il coraggio di Yizthak Rabin, un altro ex capo di stato maggiore diventato primo ministro.
«Rabin viveva dentro una certa concezione, una dottrina. A un certo punto riconobbe: la storia che ci eravamo raccontati non funzionava, bisognava cambiare. Anche Eisenkot ha vissuto dentro l’idea — promossa da Netanyabu — che, dando denaro ai palestinesi, avrebbero rinunciato a uno Stato. Il cosiddetto contenimento del conflitto. L’ha visto crollare il 7 ottobre. Bisogna vedere se avrà il coraggio di compiere il primo passo verso il cambiamento evocato dalla sua coalizione. Ripeto: è accettare il sostegno dei partiti arabi. Contano anche le reazioni dei suoi alleati. L’opposizione è molto eterogenea: comprende i Democratici, favorevoli uno Stato palestinese, ma pure Naftali Bennett e Avigdor Lieberman che dieci anni fa erano alla destra di Bibi».
Se Netanyahu tornasse al governo, ci sarebbero nuove proteste o la gente è troppo esausta?
«Ho la sensazione che molte delle persone scese in piazza nel gennaio del 2023 contro il progetto anti-democratico sulla giustizia questa volta lascerebbero semplicemente il Paese».
«Non lo so davvero. I miei genitori mi hanno sempre detto di non rinunciare a una battaglia che puoi vincere. La domanda è proprio questa: si può ancora vincere? Non ne sono sicuro».
30 ottobre 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA