di Stefania Ulivi

L’attrice, conduttrice della Mostra, nella vita preferisce sminuirsi (prima che lo facciano gli altri). «Mi viene naturale, da sempre. Prendo in giro me stessa e voi»

Formidabili questi dieci anni. L’8 settembre 2015, alla 72ª Mostra di Venezia arrivò, fuori concorso, Non essere cattivo di Claudio Caligari. La prima volta sul set di Emanuela Fanelli, in un ruolo piccolo ma leggendario, la “prima smandrappata”. In questa 82ª edizione è stata chiamata dal presidente di Biennale Pietrangelo Buttafuoco e dal direttore della Mostra Alberto Barbera («Non erano insieme in viva voce», scherza) per un ruolo delicato: conduttrice delle cerimonie di aperture e chiusura. «Spero di non imbarazzare il mio Paese, pensa che delirio di onnipotenza», mette le mani avanti in nome del “metodo Fanelli”: giocare d’anticipo, spararsi addosso prima che lo facciano altri. Disarmare.
Il primo film non si scorda mai. Meno che mai nel caso di un’esperienza come quella. Il film che lanciò Luca Marinelli e Alessandro Borghi, portato a termine, dopo la scomparsa di Caligari, dalla cordata di amici animata da Valerio Mastandrea.
«È stato proprio il primo della vita. Fino ad allora avevo lavorato sempre in teatro. Non solo il primo set ma anche il primo provino. Caligari lo conoscevo ovviamente artisticamente ma non di persona. Federica Remotti, che poi mi avrebbe preso nella sua agenzia, mi aveva visto in un locale dove leggevo pezzi miei. Mi arrivò la proposta del provino: il mio ingresso nel cinema italiano. Non avevo neanche idea di come si facesse un provino. Ha significato tantissimo quel film. I protagonisti erano Alessandro e Luca con Silvia D’Amico e Roberta Mattei. Quel set è stato diverso da tutti gli altri che ho frequentato, seppur bellissimi. C’era un clima diverso, tutti lavoravano affinché quella che già si sapeva sarebbe stata l’ultima opera di Claudio potesse venire alla luce nel migliore dei modi».

Che ricordo ha di lui?
«Di un regista e un uomo speciale. Mi disse una cosa che non dimentico: non giudicare mai. Intendeva il personaggio, ma non solo. È un bel consiglio anche per la vita: troppo facile pensare di essere migliori. Già di natura tendo a poco a giudicare, ma più vivo e meno ho voglia di puntare il dito sugli altri».



















































Dà l’impressione però di puntarselo spesso addosso a lei. Se ne dice di ogni, prima che poi lo facciano gli altri. Difesa preventiva?
«Mi viene naturale, a mia memoria succede da sempre. Prendo in giro me stessa, e pure gli altri. Ma non alle spalle. Vuoi dire una cosa su qualcuno? Deve ridere lui per primo. Non mi piacciono le situazioni in cui dico una cosa, ridono tutti e il diretto interessato ci rimane male. Bisogna ridere davvero tutti. Io gioco d’anticipo, mi metto in mezzo pure da sola, non c’è bisogno che lo facciate voi».

Non è anche un modo per difendersi dalla curiosità altrui? Lei pare di una riservatezza d’altri tempi.
«In realtà è proprio un discorso di pudore. Più qualcosa è prezioso più è privato, sennò mi sembra di sminuirne il valore. Non penso che chi invece fa le dichiarazioni d’amore sui social, valga meno. Solo non fa per me, non mi sentirei a mio agio a fare gli auguri a mamma con una lettera sui social, preferisco un bigliettino a lei: ognuno è fatto a modo suo».

Sul lavoro è decisamente più spudorata. Come la Trilli di Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese, che ride su tutto, compreso il sesso.
«Non conoscevo Genovese, ha un talento artistico enorme ed è una bravissima persona: non ha mai la spocchia, sempre tranquillo, non deve dimostrare nulla. Trilli è una cazzarona. Interpretarla è stato divertente, quella parte ce l’abbiamo tutti noi, la parte istintiva e vitale. Che si butta. Lei è una che dice: vabbè, che ci frega del domani, pensiamo a oggi. Magari soffriremo, ma intanto oggi godiamocela».

Lei ci riesce?
«Massì. La mia parte leggera, che riesce a sdrammatizzare, sento che parla soprattutto quando devo prendere decisioni importanti. Quando non lo sono magari ci penso su tanto, considero duemila variabili. Su quello che conta vado di pancia».

Al cinema ha realizzato un bel tris: Genovese, Virzì e Cortellesi.
«I miei tre Paoli. Con ognuno di loro c’è un rapporto particolare. Virzì è stato coraggioso a chiamarmi per Siccità. Avevo fatto la prima stagione in tv di Una pezza di Lundini: mi proponevano gentilmente commedie, ruoli umoristici. Lui aveva visto il mio A piedi scarzi, gli era piaciuto».

Apriamo una parentesi: era la sua irresistibile parodia per «dare una scossa al cinema italiano e lasciare finalmente spazio agli attori romani».
«Parodia assoluta, anche se quando uscì il trailer una sua collega mi chiese a chi poteva rivolgersi per l’accredito per l’anteprima. Come pure Simonetta, la fiction sulla truccatrice della Magnani. C’erano persone che il giorno in cui avevo scritto su Twitter che sarebbe andata in onda mi avevano scritto per dire che non la trovavano su nessuna rete. Questi per me sono regali veri. Chiusa la parentesi e tornando a Virzì: non solo gli era piaciuta, ma pensava potessi rendere anche in un ruolo non proprio comico, anzi. Perché portava tanto dramma dentro. Ho fatto il provino su zoom, in piena pandemia. Mi è preso un colpo: accendi il pc e ti trovi Virzì. Gli sono grata, ha intuito che potevo essere un’attrice, oltre che una comica televisiva. E poi ho fatto il bis con Un altro Ferragosto, con quel monologo formidabile».

Poi è arrivata Cortellesi con C’è ancora domani.
«Paola era già amica mia quando mi ha offerto il ruolo di Marisa. Ero felicissima ma mi sono preoccupata; ho pensato che magari lo faceva perché mi vuole bene. Le ho detto che non si doveva fare problemi e lei mi ha mandato a quel paese. In modo più colorito. Come dire: esordisco alla regia e pensi che ti chiami per carineria? A parte l’amicizia, lei è stata fondamentale per la mia formazione. Sono cresciuta con programmi come L’ottavo nano, Mai dire gol. Lei, Corrado Guzzanti, Serena Dandini, i Gialappi mi hanno mostrato un modo per poter fare questo lavoro».

La prima scintilla scattò al Sistina grazie alla nonna.
«Mi portò a vedere Aggiungi un posto a tavola. Andammo con il taxi, tutte vestite carine. Avevo 4 anni e mi ricordo l’incanto: tutto così grande, la scenografia rotante con i pezzi che si aprivano, la voce di Riccardo Garrone, le canzoni… quando è arrivata la colomba non ci ho più capito niente. Non avevo compreso che lavoro facesse Alida Chelli, la prostituta: tutti ridevano e ridevo anche io».

Lo farebbe un musical?
«Eh, magari. Ma non canto bene, sono alta, magra, un po’ legnosa, pure con il ballo non sto messa benissimo. Poi vai a Londra e vedi questi attori pazzeschi… E alla fine ti dicono: oggi c’erano tre sostituti. Fenomeni».

Cosa ha imparato facendo la maestra?
«La cosa più importante che mi è rimasta dei miei dieci anni a scuola è che con i bambini devi essere te stessa, non puoi bluffare. Non sopportano di essere trattati da tonti. E credo di essermi portata dietro un’onestà di fondo, l’idea di non dover mettere troppe maschere se non quelle di scena».

«Ho una sorta di mio pudore: più qualcosa è prezioso, più è privato. Per esempio, non farei mai gli auguri alla mamma sui social»

Tornerà a Call my agent?
«In ottobre, se dopo Venezia non decidono di tagliare tutto, Luana Pericoli ci sarà. Mi intenerisce».

Quante ne ha incontrate come lei?
«Tante, pure uomini, anzi forse più uomini che donne. È un sunto di tante cose, della mitomania, di tic anche miei. Ogni tanto me lo dico: oddio, mi sembro Luana Pericoli».

«Con Paola Cortellesi ero amica prima del film insieme. Le chiesi se mi aveva voluto per questo. E… mi ha mandato a quel paese»

Stava lavorando a un suo progetto: a che punto è?
«Lo sto scrivendo ma sto incontrando difficoltà a chiudere con le piattaforme. Si può immaginare che venendo da me non sia certo un drammone. Io insisto: questo è il mio linguaggio, il mio modo di vedere la vita e il lavoro».

Quanto è intrisa di romanità?
«Credo tanto. Questa è una città che trasuda storia, è la sede delle cose più grandi: il potere politico, quello religioso. Quando hai di fronte tanta grandezza devi un po’ tirarla giù perché è troppa. È un’attitudine: se siamo abituati a dissacrare il potere figurati quanto ci metti a dissacrare te stesso e quelli che ti stanno intorno. Io tornavo a casa e mio padre mi faceva: è arrivata la Duse».

A Venezia c’è giusto in gara il film di Pietro Marcello su quella grande attrice.
«L’ho pensato subito. Così mio padre può continuare a prendermi in giro».

CHI E’ 

Romana
Emanuela Fanelli, 39 anni, è nata a Roma il 6 luglio 1986 (nella foto a sinistra, lei bambina). Prima di dedicarsi al solo mestiere di attrice è stata per 10 anni maestra di asilo. Le prime esperienze di recitazione le ha avute da adolescente in teatro.
Cinema e tv
Il debutto al cinema è del 2015 con Non essere cattivo di Claudio Caligari. I grandi successi sono stati C’è ancora domani (2023) di Paola Cortellesi e FolleMente (2025) di Paolo Genovese. In tv ha privilegiato il suo lato comico nelle serie Sono Lillo (2023) e Call My Agent – Italia (2023). Ha vinto due David di Donatello come non protagonista per il film di Cortellesi e Siccità (2024) di Paolo Virzì.

29 agosto 2025 ( modifica il 29 agosto 2025 | 14:37)