Entrare nello spazio di Pace è come varcare la soglia di un universo parallelo: un luogo in cui convivono resti del classicismo e visioni post-futuristiche.
Di Marco Visconti
A pochi passi da piazza Bernardo d’Arezzo, nel cuore storico di Pagani, tra cortili che profumano di storia e arte, si nasconde una bottega fuori dal tempo. È qui che Antonio Pace, artista dall’animo paganese, pur risiedendo a Nocera Inferiore, ha trovato il suo rifugio creativo, un laboratorio visionario dove la materia si trasforma e il futuro dialoga con il passato.
Entrare nello spazio di Pace è come varcare la soglia di un universo parallelo: un luogo in cui convivono resti del classicismo e visioni post-futuristiche. È un ambiente che ricorda i set dei film di fantascienza degli anni ‘70, epoca che ha fortemente influenzato l’immaginario dell’artista. In questo microcosmo di transavanguardia, il visitatore si imbatte in figure ibride, a metà tra uomo e macchina: cyborg dalle fattezze umane che imitano i gesti quotidiani: chi mangia, chi sente il bisogno di rinfrescarsi con un ventaglio, chi suona uno strumento, evocando emozioni con toccante realismo. Il tratto distintivo di Antonio Pace è proprio questo: ribaltare la narrazione comune del robot come entità fredda e antagonista dell’umanità. Nei suoi lavori, la macchina è erede dell’uomo, non suo nemico. È memoria vivente, testimone malinconico di un’umanità scomparsa che tenta di replicare, non per dominarla, ma per custodirne l’essenza. L’artista poliedrico nutre il continuo bisogno di sperimentare su supporti diversi la sua arte, per cui dipinge su oggetti di svariate fattezze per trovare la giusta consistenza tra la sua idea artistica e le forme robotiche.
Un viaggio tra epoche e linguaggi
«Fin da bambino ero attratto dal futuro – racconta Pace – smontavo e ricostruivo oggetti, inventavo strumenti per l’uomo che verrà. I film degli anni ’70 e ’80 mi hanno segnato: King Kong, le ambientazioni scarne ma potenti. Costruivo mondi con action man e Big Jim». Questa creatività precoce lo ha portato a fondare, negli anni ’90, il gruppo Sinestesia, con cui ha esposto le prime opere ispirate al transumanesimo.
È lì che ha preso forma la sua visione: un’umanità già fusa con la tecnologia, dove protesi e intelligenze artificiali diventano parte integrante dell’identità. L’approccio di Pace al post-futurismo è carico di consapevolezza. Lontano dal sensazionalismo, propone una riflessione etica: «Se l’intelligenza artificiale nascerà da buoni “genitori”, sarà al servizio dell’uomo, non una minaccia. Le macchine, un giorno, potranno anche rimpiangerci». Non più quindi antropocentrismo assoluto, ma un dialogo tra specie: naturale e artificiale che supera la paura dell’altro.
Il fascino dell’elemento classico
Nonostante l’ambientazione futuristica, le sue opere conservano una forte componente classica. «Per me, spiega l’artista, una macchina intelligente non crea mai qualcosa di brutto. La bellezza è nel neoclassico, qui dove le forme classiche diventano insuperabili. Nei film i robot erano brutali, io voglio restituire eleganza e armonia alle mie figure». È così che il marmo, i busti, le linee pulite e armoniche si sposano con circuiti, metalli e maschere da cosmonauta. Il colore dominante è il blu, una scelta non casuale: richiama l’universo, la profondità, ma anche la serenità di un futuro possibile, non necessariamente oscuro.
Un’arte che è anche attivismo
L’arte di Antonio Pace si intreccia anche con l’attualità e il racconto del territorio. Tra le sue opere più recenti c’è Il bambino che ferma la bomba, un grido di pace contro la guerra in Palestina: «Stiamo vivendo un momento triste, e l’arte può essere un modo per lanciare messaggi forti, per fermare l’orrore». Ma Pace è anche autore di cortometraggi e video-performance. Celebre il suo intervento contro la privatizzazione del castello di Nocera Inferiore, quando si travestì da monaco e da papa per girare un video muto in stile fumetto, rievocando la figura di papa Urbano VI. «A Perugia oggi lo usano come materiale didattico – racconta con orgoglio – ma l’ho fatto per difendere la mia città».
Il legame con Pagani
«Sono nocerino, ma qui a Pagani nasce la mia arte – confessa Pace –. Questo è un luogo che ispira, ricco di artisti e di storia. In questa bottega si generano le idee. Pagani ha un’energia che non si trova altrove». In un tempo in cui l’arte fatica a trovare spazio, Antonio Pace ci ricorda che il futuro è già qui, ma non è una minaccia: è una possibilità.