Dinamica, mobile, vivente: probabilmente è così che Antonio Sant’Elia immaginava l’architettura futurista ma il progettista, come molti profeti delle macchine, non fece in tempo a costruire nulla. A Marcellise invece, una frazione collinare a est di Verona, qualcuno decise invece di provarci davvero, riuscendoci. Villa Girasole non è una casa come le altre, intanto perché si muove e no, non come metafora, si muove davvero. Ogni giorno, la sua struttura principale compie, o quanto meno avrebbe dovuto compiere, una lenta rotazione su sé stessa, seguendo il percorso del sole dal mattino alla sera. Un’opera del 1935, quando l’idea di una casa cinetica sembrava appartenere più al mondo dei disegni visionari che alla realtà della provincia italiana. E invece è tutta lì: progettata e realizzata dall’ingegnere Angelo Invernizzi insieme all’architetto Ettore Fagiuoli, e dotata di un motore in grado di compiere un giro completo in 9 ore e 20 minuti.
A rivederla oggi, Villa Girasole appare più che mai un oggetto sospeso tra utopia e ingegneria applicata: non assomiglia né alle ville razionaliste né si riferisce a quel gusto mitteleuropeo che poco a poco conquistava l’Italia. Ha la forma di una grande T, dove la testa ospita le stanze e la base diventa una da torre-motore. Vista da lontano, potrebbe sembrare un osservatorio astronomico, una base navale o persino una stazione orbitale: linee solide, cemento armato, finestre a nastro: un’architettura che punta al cielo ma affonda le sue radici nel desiderio di dominare la natura con la tecnica. E infatti il suo ideatore non era un artista, ma un ingegnere ferroviario figlio della modernità e della velocità, che fu anche committente della celebre Torre Piacentini di Genova, uno dei primi grattacieli italiani, progettata in collaborazione con Marcello Piacentini. Accanto ai numeri, alle geometrie e agli ingranaggi, Invernizzi aveva anche un lato sperimentale, quasi avanguardista, e Villa Girasole ne è la prova più luminosa (e letterale).
Sulla collina di Marcellise, questa casa rotante dialoga con il paesaggio circostante in modo radicale: non decidendo di adattarsi o peggio ancora mimetizzarsi, ma lo attraversa, lo seziona, lo ruota. E lo fa per inseguire la luce, come suggerisce il suo nome. Un gesto poetico e meccanico insieme, a tratti un po’ narcisista: la casa che, seguendo dei binari ben piantati al terreno, gira su sé stessa per ricevere il massimo splendore del giorno, sempre, tutto il giorno. Negli anni, Villa Girasole è diventata un’icona per pochi intenditori, tra puntuali apparizioni su riviste specializzate e studiata per la sua eccezionalità, restando di fatto ai più inaccessibile. Oggi però qualcosa si muove davvero: sono in corso (o meglio, in apertura) i primi studi e lavori di messa in sicurezza e valorizzazione, come segnalano il FAI e la Fondazione Villa Il Girasole. Non si parla ancora di un restauro vero e proprio, ma di un avvicinamento, una iniziale presa di coscienza. Perché Villa Girasole, pur nel suo isolamento, resta una delle più sorprendenti dichiarazioni di fede nel futuro, e andrebbe ricordata proprio così: come un progetto che ha osato fare quello che altri avevano solo immaginato. Il tutto in un’architettura in grado di muoversi, letteralmente.
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Sono nato a Napoli, non parlo in terza persona e non curo cose, oggetti, persone o animali. Ho studiato architettura tra il Politecnico di Milano e l’ENSA Paris-Belleville per poi laurearmi in Architettura delle Costruzioni. Mi sono occupato di allestimenti seguendo i progetti di NENDO, scrivo di grandi architetture e sto completando un dottorando in Composizione allo IUAV di Venezia. Nonostante questo, tutto regolare.