Seguitissimo critico di YouTube, Chris Stuckmann ha esodito alla regia conquistando anche l’interesse di Mike Flanagan, che ha prodotto. La recensione di Shelby Oaks – Il Covo del Male di Federico Gironi.

Prima di dirigere questo film, Chris Stuckmann faceva il critico. O meglio: era uno che parlava su YouTube e diceva la sua sui film (certo, questo lo dico con una punta di snobismo novecentesco, ma d’altronde sul suo canale ci sono 2 milioni di iscritti e a me mi leggete in ventiquattro).

La sottolineatura sul passaggio da critica a regia sta qui non per confermare una tesi in cui non credo affatto, quella per cui il critico è uno che non è capace di fare, o che non ha il coraggio di fare, e quindi parla di quello che fanno gli altri almeno fino a che non decide di lanciarsi, ma perché mi interessava comunque molto vedere come la competenza teorica di Stuckmann si fosse tradotta in pratica. E sarà forse per via di questo vizio di forma iniziale, allora, ma forse non solo, che penso che il Stuckmann “critico” sia stato assieme sprone e ostacolo, vantaggio e svantaggio, slancio e zavorra per lo Stuckmann “regista”.

Quello di cui ci si accorge abbastanza in fretta, di fronte a Shelby Oaks, è il fatto che, partendo da un found footage che cita anche le ossessioni contemporanee per il true crime, e pure un po’ la parabola di Ed e Lorraine Warren, e quindi della serie di The Conjuring, Stuckmann abbia fatto di questo suo primo film un insieme (a volte pure un’accozzaglia) di elementi presi di peso dalla storia del cinema horror. Da quei punti di partenza appena citati, si arriva infatti in zona Rosemary’s Baby, passando per quell’horror che si lega al lati più oscuri della provincia rurale e profonda degli Stati Uniti e a molto altro ancora.

Non è però che Stuckmann, così facendo, voglia mettersi in mostra, esibire una conoscenza che peraltro, stando a quello che si è visto, potrebbe essere molto relativa: la cosa interessante è che, giocando con i (sotto)generi e certi canoni del genere, perfino con le derivazioni videoludiche del genere (la cittadina fantasma del film è praticamente una Silent Hill cinematografica, e la scena della prigione pare uscita dritta da quel videogame), Shelby Oaks tenti una navigazione randomica attraverso il mare magnum dell’horror non per farne una tassonomia, ma per dimostrare come si possa ritrovare una libertà creativa – magari goffa, magari scoordinata – capace di scardinare un po’ di abitudini, se non di regole.

Certo, qui è lì svacca un po’, Shelby Oaks, e in molti troveranno da ridire, a ragione, sul finale un po’ troppo forzato, che però – visto da un’altra ottica – conclude in maniera coerente il percorso della protagonista. Perché, in estrema sintesi, la storia di Shelby Oaks è quella di una donna che va alla ricerca della sorella, youtuber dell’occulto, svanita misteriosamente, e forse per mano della figura oscura che la terrorizzava nei suoi incubi di bambina. E, nel far questo, è anche la storia di una donna che va alla ricerca, o forse alla riscoperta, della sua vera natura.

Teoria a parte, e al netto di momenti un po’ troppo ricalcati, o un po’ troppo forzati, va riconosciuta a Stuckmann la capacità di costruire una bella tensione, e di stendere il suo spettatore con almeno un paio di spaventi davvero ben assestati. Non sorprende che Mike Flanagan abbia voluto produrre quello che all’inizio era un film basato sul crowdfunding.

Piccolo ruolo per Brendan Sexton III, che per me rimarrà per sempre il ladruncolo rabbioso di Empire Records, c’è cammeo di Keith David, mentre Sarah Durn, che interpreta la ragazza sparita di cui la sorella va alla ricerca, con quella frangia bionda e quegli occhi azzurri assomiglia un po’ a Annalisa Cuzzocrea.