A volte basta una crepa minuscola per far crollare un mondo. Te ne accorgi solo quando ci finisci dentro, quando la voce di una ragazza come Mia ti risuona addosso e capisci che certe ferite non hanno bisogno di effetti speciali per farti male. Una storia scomoda che non cerca di edulcorare ciò che molti preferirebbero ignorare. È proprio qui che questo titolo disponibile su Netflix trova la sua forza.
Quando ho visto per la prima volta Mia, un film del 2023 prodotto da Rai Cinema e Lotus Production, ho percepito subito quel vortice di fragilità, ingenuità e coraggio che spesso attraversa la vita degli adolescenti. E mentre la trama procede, ti rendi conto di quanto sia sottile la linea che separa l’amore dalla manipolazione, l’affetto dalla paura. Una linea che, purtroppo, nella realtà quotidiana non sempre viene riconosciuta in tempo.
Il regista Ivano De Matteo, già autore di opere come I nostri ragazzi e Villetta con ospiti, in questo f sceglie un racconto asciutto, diretto, senza sconti. In più momenti, con un’andatura quasi documentaria, riesce a far emergere la verità emotiva di una relazione tossica, senza cadere nel moralismo. Ha dichiarato di essersi ispirato a esperienze reali, e questo si avverte in ogni dialogo, in ogni silenzio sospeso, in ogni gesto trattenuto.
La protagonista, interpretata dalla giovane Greta Gasbarri, è uno di quei volti che restano impressi: occhi che chiedono aiuto e allo stesso tempo sfidano il mondo, una naturalezza che vibra in ogni scena. Accanto a lei, Edoardo Leo e Milena Mancini tratteggiano due genitori credibili, feriti, pronti a difendere la figlia quando la verità esplode. E poi c’è Riccardo Mandolini, che dà corpo a Marco, quel ragazzo che all’inizio sembra una promessa e invece diventa un aguzzino. È un’interpretazione disturbante, e proprio per questo efficace.
“Mia” è arrivato anche in streaming su Netflix , forte di un buon riscontro del pubblico: 6,8 su IMDb e circa 70% di gradimento su Google, mentre ai Nastri d’Argento ha ottenuto tre candidature e nel 2023 ha conquistato il Ciak d’Oro come miglior lavoro. Un riconoscimento che conferma quanto il film sia riuscito a intercettare una verità sociale spesso rimossa.
La trama prende vita nel quartiere Ostiense di Roma, un contesto urbano che diventa specchio del percorso emotivo della ragazza. Qui vivono Sergio e Valeria, i genitori di Mia, finché un incontro inatteso devia il percorso della quindicenne. Prima l’infatuazione, poi l’isolamento, il controllo, la violenza: Marco inizia a smontare pezzo dopo pezzo il mondo della giovane, allontanandola dagli amici, dallo sport, dalla scuola. Il culmine arriva in una casa al mare, dove la costringe a un rapporto che la annienta. E quando lui si vanta con gli amici e l’abbandona in una stazione di servizio, il film diventa quasi una ferita aperta.
Rivedendo quelle sequenze, ho avuto l’impressione che De Matteo volesse mettere lo spettatore nella stessa posizione di chi osserva un abuso senza riuscire a intervenire. Una sensazione scomoda, necessaria, che spinge a riflettere sul ruolo degli adulti, dei genitori, persino degli amici. Quando Sergio invita la figlia a chiudere la relazione, qualcosa finalmente si muove. Ma Marco non accetta il rifiuto, e la spirale di violenza torna a stringersi, scatenando una reazione inattesa.
“Mia” è uno di quei film drammatici che meritano una seconda visione, un’opera che grida una verità semplice e feroce: la fragilità non è colpa di chi la vive. E forse proprio per questo continua a colpire anche dopo i titoli di coda.
Se cerchi un titolo intenso, emotivo e profondamente umano da vedere su Netflix, questo è un viaggio che vale la pena affrontare.