di
Alessandro Fulloni
Nella relazione, richiesta dal tribunale, i pensieri del piccolo Giovanni sgozzato dalla madre. La disperazione del padre: «Era tutta la mia vita». Il suo avvocato regalato al piccolo uno smartwatch per dare l’allarme in caso di emergenza
DAL NOSTRO INVIATO
MUGGIA (TRIESTE) – Compare in piazza Marconi a mezzogiorno, a passi lenti. Accanto a lui c’è il collega che lo sta sostenendo in questi giorni terribili e poi don Andrea Destradi, suo amico e non solo il curato del Duomo. Paolo Trame si avvicina al civico 3, dove, al terzo piano di un edificio seicentesco, suo figlio Giovanni, nove anni, mercoledì sera è stato ammazzato, con un coltellaccio da cucina, dalla madre, Olena Stasiuk, l’ex moglie 55enne, ucraina, da cui era separato dal 2017.
Il padre
L’uomo, 58 anni, operaio, che dopo il dramma va ripetendo «che quel bimbo era tutta la mia vita», è aiutato dal collega a sorreggere un vaso con un mazzo di rose. Lo depongono lì all’ingresso, accanto ad altri fiori, giochi, palloni da calcio e biglietti lasciati da altri padri, madri e bimbi. Un amichetto di Giovanni, Pietro, ha disegnato una barca a vela — il piccolo faceva scuola nautica — «perché so che ti piaceva tanto». Su un altro foglio, ecco cosa scrive un papà: «Grazie per essere stato amico di mio figlio. Perdonaci per non averti salvato. Perdonaci».
Paolo legge tutto, ogni parola, attento e visibilmente commosso. Trattiene le lacrime. Chissà con quali pensieri volge lo sguardo verso il terzo piano, lì dove suo figlio incontrava la mamma per quegli «incontri non protetti ai quali mi sono sempre opposto perché non erano opportuni, perché lei era pericolosa», sibila con chi lo incontra in queste ore. Poi allunga il passo e raggiunge il Duomo, cento metri di fronte, percorrendo il sagrato con Andrea. Pregano assieme.
L’avvocata
Lo faranno anche alle 20 e 30, quando almeno 600 persone sono alla veglia per Giovanni. Ci sono i compagni di classe e quelli del «Muggia 1967», la squadra di calcio per cui era tesserato. Poi il sindaco Paolo Polidori e il vescovo di Trieste Enrico Trevisi.
Alla veglia non ha potuto partecipare Gigliola Bridda, l’avvocata che per 8 anni ha assistito Trame nella sua battaglia giudiziaria contro l’ex moglie. «Sono troppo sconvolta, ho preferito — sospira — allontanarmi da Trieste in questi giorni». Racconta di quando giovedì mattina, «appena giunta in ufficio», sul telefonino le è comparsa questa notifica: «Trieste, donna uccide figlio di 9 anni». «Ho chiamato subito Paolo… “Ti prego, dimmi che non si tratta di Giovanni…”». «Invece sì: è proprio lui — è stata la risposta— . È successo quello che abbiamo sempre temuto». «Non faccio altro che pensare a quel bimbo, diventato compagno di giochi di mio figlio — prosegue mentre le scendono le lacrime —, hanno la stessa età… Ancora non sono riuscita a dirgli nulla, non ci riesco, non me la sento». Davanti alla mole di carte giudiziarie — circa 5.000 fogli — stese sul tavolo si chiede: «Ho fatto il mio meglio per tutelarlo?…».
Lo smartwatch
Infine parla del regalo fatto a Giovanni per il suo compleanno, il 17 luglio 2024: «Uno smartwatch, settato per dare l’allarme. Con suo papà gli avevamo insegnato a usarlo, era intelligentissimo, curioso, incapace di stare fermo». La domanda ovvia resta sospesa per aria: chissà se Giovanni l’ha usato l’altra sera, quell’orologio… L’avvocata non risponde, lacrima di nuovo.
Nel frattempo l’indagine procede. C’è da chiarire perché Olena abbia avuto la possibilità di vedere da sola il figlio, pur assistita a lungo dai Servizi sociali nei cui uffici, poche ore prima del delitto, si era presentata per una richiesta al limite dell’assurdo: «Voglio la prova del Dna su mio figlio, Paolo non è suo padre». Al Centro di salute mentale, inoltre, la polizia ha sequestrato documenti.
La relazione
C’è anche la relazione chiesta dal Guardasigilli per capire come mai, il 20 maggio, il tribunale civile abbia dato il via libera, con l’ordinanza della giudice Filomena Piccirillo, agli incontri «non protetti». Molto del permesso ruota attorno a una minuziosa relazione di 37 pagine stesa dalla psicologa Erika Jakovcic e richiesta dallo stesso tribunale. Nelle carte, parlano Paolo, Olena. E Giovanni. Quando gli viene chiesto cosa ne pensasse del fatto che gli incontri con la mamma potessero avvenire senza la presenza dell’educatrice, lui è testuale: «Non so se sia una buona idea». poi esprime il suo sogno: «Mamma e papà che tornano assieme».
16 novembre 2025 ( modifica il 16 novembre 2025 | 10:50)
© RIPRODUZIONE RISERVATA