Ogni album degli svedesi Avatar rappresenta un’autentica esperienza dalle molteplici sfaccettature, come dimostra il recente “Don’t Go in the Forest”, in cui sonorità moderne si mescolano con quelle più datate, le melodie con le parti più estreme e la patina epica si fonde con panorami più oscuri.
Potremmo dire la stessa cosa delle interviste che ci capita di tenere insieme a loro, in questo caso col circense frontman Johannes Eckerstrom, da sempre una profonda fonte di nozioni e considerazioni personali, in grado di andare ben oltre le ‘solite’ risposte in merito alla musica e a come sono stati messi in fila i riff. Questo dona un’ulteriore sfumatura ai risultati conseguiti dalla formazione stessa, incluso l’imminente tour di supporto ai Metallica, dopo la già elettrizzante prova conseguita di supporto agli Iron Maiden nel corso del 2025.
Parliamo infatti del frontman di una formazione molto più autentica di quello che molti presumono, guidata da una passione genuina e con un pensiero invero piuttosto intimo di ciò che la musica e l’interpretazione dei concetti dovrebbero rappresentare oggigiorno.
Parole profonde, capaci di creare molti spunti di riflessione: buona lettura!

BENTORNATI SU METALITALIA.COM! OGNI NUOVA USCITA DEGLI AVATAR SEMBRA UN’ESPERIENZA UNICA, CON SENSAZIONI E STATI D’ANIMO DIVERSI. QUAL ERA IL PRINCIPALE OBIETTIVO EMOTIVO QUANDO STAVATE LAVORANDO A “DON’T GO IN THE FOREST”?
– Non credo ci fosse un obiettivo emotivo specifico, in realtà, ma c’era sicuramente questa ambizione costante: che qualunque emozione cerchiamo di trasmettere, quella fosse ciò che si prova durante l’ascolto.
Ci sono molte cose che vanno di pari passo fin dalla fase iniziale, quando senti semplicemente la musica mentre la scrivi, perché hai quel momento astratto iniziale in cui ti vengono in mente i riff, ti viene in mente un passaggio musicale che ti eccita per diverse ragioni.
Quando si tratta di testi ed esecuzioni vocali, catturare tutto questo, estendendolo, espandendolo, il mio contributo diventa ancora maggiore. Il succo quindi è proprio questo, ovvero che ogni ambizione individuale, emotiva o musicale, fosse al punto giusto.

OGNI CANZONE SEMBRA AVERE UNA SUA IDENTITÀ. COME AVETE LAVORATO PER FAR SÌ CHE LA MUSICA RIFLETTESSE L’ATMOSFERA?
– In parte credo di aver già risposto nella domanda precedente. Il segreto di un buon riff risiede in un ottimo groove, e non c’è riff migliore di quello che crea la batteria.
Un modo per misurarlo è che la musica crei quella commistione naturale di ritmo, feeling e atmosfera. Nel mio caso, tendo a vedere piccoli film che si susseguono nella mia testa, come se visualizzassi il suono della musica in forma manifesta. Mi ci abbandono: sono nella foresta oscura, o sott’acqua, o nello spazio, o durante un evento specifico, e talvolta mi sembra di combattere… Potrebbe essere qualsiasi cosa, a seconda dello stile musicale, e quei piccoli film spesso diventano il punto di partenza per i testi.
Il fatto che io riesca a vederli, di solito, significa che risuonano con qualcosa che sta succedendo dentro di me personalmente, e allora ci affidiamo a quello. 

L’ALBUM INIZIA CON UN PIZZICO DI MALINCONIA, COME CI FA PENSARE “TONIGHT WE MUST BE WARRIORS”, PER POI ESPLODERE DI RABBIA CON “IN THE AIRWAVES” E ANCORA DIVENTARE OSCURO E PROFONDO CON “CAPTAIN GOAT”. DIRESTI CHE QUESTI DIVERSI APPROCCI COMPOSITIVI RIFLETTONO L’INCARNAZIONE DELLA NATURA MULTICOLORE DEGLI AVATAR?
– Sì, assolutamente, e credo che la risposta sia, in un certo senso, contenuta all’interno della stessa domanda. Un pensiero interessante, la malinconia di “Tonight We Must Be Warriors” che va a braccetto con qualcosa di motivante, cui dobbiamo aspirare.
L’idea di essere più forti insieme, di unirci e fare ciò che è necessario. Nota la scelta delle parole: ‘noi’ e ‘dobbiamo’. Quindi è plurale: non sono solo io, e non è perché vogliamo, è perché dobbiamo aprirci all’ipotesi del sacrificio e agire per il meglio.
Chiaramente ho approfondito quella, ma come hai notato anche tu, ogni pezzo è diverso. L’idea di fondo è di non scrivere mai la stessa canzone due volte ed essere sempre affamati e curiosi di ciò che ci aspetta dietro l’angolo.

“ABDUCTION SONG” MI HA SORPRESO PERCHÉ HA UN SAPORE SIMILE A QUELLO DI UNA CANZONE BLACK METAL. È UN EFFETTO CHE VOLEVATE OTTENERE?
– Certo, è sicuramente una canzone in cui il lato estremo delle nostre radici traspare molto. Personalmente, credo che abbia un’atmosfera alla Morbid Angel, quindi forse più vicina al death metal, ma certamente vi è un lato oscuro evidente, più in linea con le sonorità black. Ma, ripeto, questo accade perché siamo cantautori multieformi, soprattutto il chitarrista Jonas Jarlsby, da cui proviene la maggior parti delle nostre componenti più affini al death metal.
Lui stesso aveva un sacco di idee più orientate al metal estremo, e questa era una di quelle con più groove, e quindi più naturali da trasporre. Mi piace quando il death metal riesce ad essere groovy, ed è anche questo il modo in cui si adatta a ciò che facciamo e a ciò che ci eccita collettivamente.
Ad esempio, riteniamo che la fortuna di una band come i Gojira risieda proprio nella capacità di rendere groovy e, per certi versi, quasi catchy le sonorità estreme, ma questo vale anche per l’old-school: se ascolti un disco degli Obituary, picchia durissimo, ma ti trascina anche con un fare quasi orecchiabile, a suo modo.

QUALE CANZONE È STATA PIÙ DIFFICILE DA INSERIRE NELLA TRACKLIST E QUALE È STATA QUELLA PIÙ NATURALE?
– Allora, “Tonight We Must Be Warriors” dovesse essere la traccia di apertura poiché suonava strana in ogni altro punto, ma è stato un processo a sé stante. Tra l’altro, avevamo un paio di canzoni extra che pubblicheremo più avanti, perché meritano, ma non si adattavano necessariamente all’atmosfera generale di quello che l’album stava diventando, e per questo le abbiamo escluse.
Allo stesso modo, “On The Other Side Of Tonight” e “Make It Rain” erano a dir poco ottime quando hanno preso forma, ma non sembravano far parte di “Dance Devil Dance”. Anche i singoli indipendenti degli scorsi anni hanno il loro valore: “Penny Lane” e “Strawberry Fields” non sono mai state una vera parte di un album dei Beatles, per dire.
Nel nostro caso, la decisione ultima spetta al nostro chitarrista Tim Ohrstrom, che riteniamo sia quello col maggiore orecchio nel momento di stilare una tracklist.

COME DESCRIVERESTI CIÒ CHE SI NASCONDE NELLA FORESTA MENZIONATA NELL’ALBUM?
– Un sacco di cose. Partiamo dall’avvertimento “non andare nella foresta”: se sei uno di quei ragazzini metallari strani, attratti dal lato oscuro della musica, crescendo potresti anche decidere di avventurarti nella foresta, a esplorarne gli angoli più tetri.
Quindi, è un avvertimento come titolo, ma è anche un richiamo, qualcosa che ti attira, un posto in cui vuoi andare per curiosità, insieme all’idea di voler infrangere i tabù e tutto il resto. E forse le cose che la gente ti dice di non fare sono esattamente ciò che dovresti fare a volte, soprattutto quando si tratta di esplorare la nostra mente e i nostri sentimenti, perchè ci sono molte porte ‘proibite’ da cui vuoi stare fuori; una volta che le apri, invece, affronti le tue paure e cresci, quindi questo è il lato psicologico della foresta.
E poi, naturalmente, c’è lo strano connubio tra la luce e l’oscurità che è parte del DNA di ogni grande amante del metal, perché per quanto oscura e aggressiva possa essere la musica, è anche molto potente ed edificante, emozionante: spesso usiamo la musica per affrontare le avversità, dalla guerra ai traumi personali o qualsiasi altra prova difficile.
Tutto ciò è ereditario di ciò che fanno gli Avatar, e penso che lo portiamo all’estremo divertendoci molto ad andare in quei luoghi oscuri, ma questo è parte dell’eredità stessa che portiamo con noi, in quanto metallari.

COSA SIGNIFICA PER TE ESSERE GUERRIERI?
– Nel contesto di quella canzone, si torna all’idea di fare sacrifici, e vi è anche un piccolo accenno politico, in quanto volevamo fornire alla sinistra politica una canzone metal belligerante.
Ne approfitto per fare un salto indietro: quando mi sono avvicinato al metal sul serio, avevo circa tredici anni ed è stato attraverso il power metal, in cui c’è molto fantasy, un’ambientazione medievale e potenti guerrieri, ma non potrei mai scrivere quel tipo di canzone da solo, perché se cantassi di guerra e di soldati, vorrei davvero focalizzare il tema sull’eroismo e il sacrificio, nonché sulla drammaticità della cosa.
Ma ancora una volta, quando si tratta della parola ‘guerriero’, in “Tonight We Must Be Warriors”, si tratta di cercare di vedere il mondo per quello che è, agendo in un modo che a qualcuno potrebbe sembrare sbagliato, rendendolo poi giusto nel contesto, appropriato. Quindi, potrebbe riguardare l’unione sindacale, scendere in piazza o qualsiasi cosa debba essere fatta, anche se a volte non ne abbiamo voglia, a volte abbiamo paura, e a volte è scomodo.
Ci sono molte questioni che potremmo analizzare, e possiamo tutti migliorare, io per primo. C’è molto da imparare per poter provare a essere migliori.

PENSI CHE L’ISPIRAZIONE MUSICALE DEBBA ESSERE INFLUENZATA DA CIÒ CHE ACCADE NEL MONDO?
– La musica dovrebbe essere ispirata da ciò che ha ispirato la persona che l’ha creata, nella vita e nei principi. Nel nostro caso, vi è molta schiettezza nella sopracitata “Tonight We Must Be Warriors”, ma anche in “Death And Glitz” o, ancora di più, in “Violence No Matter What”.
Ma non parliamo propriamente di una reazione a ciò che si legge nelle notizie, la nostra musica riflette davvero il punto in cui ci troviamo nella vita, e penso che questo sia vero per qualsiasi artista, senza contare che il nostro modo di vivere è strettamente correlato con ciò che accade nel mondo. Quindi, in questo senso, è inevitabile.
Mi spiego meglio: gli Avatar non sono una band politica e non hanno intenzione di diventarlo, perlomeno nella connotazione più ovvia ed evidente. Tuttavia, so anche che l’unica ragione per cui posso fingere che non vi sia una componente politica in tutto risiede nel fatto che sono un maschio bianco, etero e adulto, non sono un bambino e non sono un anziano, il che mi fornisce questa breve finestra nella vita in cui posso andare in giro e fingere, come se tante questioni non mi toccassero. Ebbene, non voglio fingere quando scrivo musica.
Chiaramente si tratta di un processo molto personale, e ritengo erroneo dire che venga influenzato da ciò che accade nel mondo, in quanto accade e basta, ed è una scelta dell’artista seguire semplicemente la propria musa. Il primo compito della musica è semplicemente essere musica, e il primo compito dell’artista è esprimere se stesso attraverso la propria arte, senza porsi censure in una direzione o nell’altra.

CAMBIANDO ARGOMENTO, L’ANNO SCORSO HAI APERTO IL CONCERTO DEGLI IRON MAIDEN E QUESTA VOLTA SUONERAI IN TOUR CON I METALLICA. TI SENTI COME SE STESSI CORONANDO LA TUA CARRIERA?
– È sicuramente un momento di chiusura del cerchio. Mi torna in mente quando abbiamo aperto per la prima volta per gli Iron Maiden, in Brasile, ovvero la prima volta che ricordo di essere stato davvero nervoso per un concerto degli Avatar, fin dal primo giorno, come se stessi tornando bambino per un breve periodo: in quel momento, eravamo gli stessi adolescenti che hanno preso il treno per Stoccolma per vedere gli Iron Maiden, prima ancora di iniziare a suonare in giro, ma nel contempo il primo viaggio che abbiamo fatto insieme come band.
La band è fondamentalmente un matrimonio complicato tra cinque ragazzi . Se fosse stato un matrimonio letterale, il ballo nuziale sarebbe stato probabilmente sulle note di “Blood Brothers”. Tutto questo ci è rimasto dentro, e siamo riusciti a portarla a casa al meglio delle nostre capacità.
E quando si parla dei Metallica, è proprio così: non ci sarebbero gli Avatar senza i Metallica, anche nel senso più letterale: quando il nostro batterista John si ruppe una gamba sciando, per passare il tempo gli regalarono due CD dei Metallica, e in quel momento decise che voleva suonare su una batteria Tama in una band metal.
A seguito di quell’episodio ha parlato con Jonas e poi ha trovato tutti noi, ed è proprio da lì che è iniziato il nostro viaggio.

SE DOVESSI SCEGLIERE I MOMENTI PIÙ ALTI E PIÙ BASSI DELLA TUA CARRIERA, QUALI SAREBBERO?
– Entrambi sono profondamente personali. Voglio dire, ovviamente, nei momenti migliori potremmo inserire il fatto che stiamo per pubblicare questo album e faremo la festa di lancio, che sarà il concerto da headliner più grande finora nella carriera degli Avatar, a Città del Messico, ed è destinato a essere molto speciale, indipendentemente da come andrà. Similmente, ricordo tante esibizioni ai festival con ottimi risultati.
Venendo ai momenti peggiori, ricordo una volta che abbiamo suonato per sei persone a un concerto, ed eravamo contenti poiché era comunque una persona in più rispetto a quelle sul palco. Quindi ci siamo sentiti bene, ed era qualcosa che dovevi imparare a padroneggiare per far sembrare grande qualcosa di così piccolo. Quindi, col senno di poi, non lo prendo come un aspetto negativo.
I momenti migliori e peggiori hanno tutti a che fare con i nostri rapporti nella band: è capitato di avere qualche crisi interna, ma abbiamo sempre dato priorità a risolvere prima la situazione, a rimanere uniti e a fare il necessario per risolvere la questione. Il pensiero che più ci rafforza è che siamo ancora qui, migliori di prima, anche grazie alla nostra capacità di sistemare le eventuali incomprensioni.

VORRESTI DIRE QUALCOSA AI FAN ITALIANI DEGLI AVATAR?
– Ci siamo sempre trovati bene in territorio italiano, poiché vi è sempre una grandissima energia, e qualche volta siamo rimasti stupefatti, come quando ci siamo esibiti all’Alcatraz alcuni anni fa per il tour di “Avatar Country”.
Tuttavia, ricordiamo di esserci quasi sempre esibiti a Milano o comunque nel Nord Italia, inclusa l’ultima volta con gli Iron Maiden a Padova: ci piacerebbe poter suonare anche a Roma o dalle parti del Sud Italia, senza dover costringere ogni volta i fan a prendere un treno per Milano, in barba agli impegni lavorativi.