
Eda Akaltun e Mevce Ciraci founder dello studio Ahu.Foto Sinan Cirak
Il design come una festa
«Da quando abbiamo deciso di lavorare insieme, sapevamo che volevamo raccontare storie dei luoghi da cui proveniamo, non necessariamente solo Istanbul, ma la cultura e la terra da cui proveniamo e tutte le sue superstizioni, le culture, le cose che la gente fa ogni giorno, i rituali, i moderni cimeli…», racconta Mevce. La mostra parte da una stanza circolare dell’antico hammam, al cui centro c’è il “nahıl”, una struttura cerimoniale simile ad un albero che un tempo animava i matrimoni e le feste ottomane, un simbolo testimonato già nei libri antichi, oggi rivisitato in chiave contemporanea. «Mevce si è imbattuta in questo libro che era in mostra. Si intitola 40 giorni e 40 notti e riguarda tutte le feste e le celebrazioni durante l’Impero Ottomano. E ci è piaciuta l’idea di questi alberi delle feste, i nahil. Erano bellissimi. Erano strutture davvero effimere, temporanee, di cui non rimaneva nulla, ma la loro storia era piuttosto festosa e ci piaceva l’idea di creare qualcosa che richiamasse il concetto di festa e di stare insieme», racconta Eda. «Ma ciò che ci interessava di più era forse il fatto che si trattasse di un lavoro artigianale collettivo, con molti artigiani coinvolti, anche se era una struttura temporanea», aggiunge Mevce. «Simbolicamente, è anche il nostro lavoro, perché è una creazione collettiva: le idee, i motivi, tutti gli elementi di design sono per lo più realizzati da noi, ma i diversi artigiani con cui collaboriamo aggiungono anche del loro tocco. Anche se in un certo senso sono pezzi in edizione limitata, ognuno di essi sarà leggermente diverso perché alcuni sono completamente fatti a mano».

Il mobile contenitore della collezione Nahıl di Ahu realizzata a mano da artigiani turchi.Foto Sinan Cirak

Il mobile bar realizzato in legno intagliato a mano con pattern tessili ricamati, è girevole.Foto Sinan Cirak
La vitalità dell’artigianato
Un passo nella stanza successiva e si apre il mondo di Ahu, una scoperta dietro l’altra, un’emozione dietro l’altra: armadi monolitici in legno, tavoli in marmo e intarsiati, sedute ricamate con motivi floreali geometrici, mobili totemici portagioie, una libreria (le cui misure nascono su quelle dei vinili amati da Eda), e tappeti. Ogni pezzo è concepito dalle due designer turche non come un arredo nel senso convenzionale del termine, ma come un contenitore simbolico in cui ornamento, forma e materiale si fondono in una mitologia contemporanea. Molti sono impilabili, multiuso, belli aperti come chiusi. Realizzata in collaborazione con una rete di artigiani, la collezione afferma la vitalità duratura dell’artigianato anatolico. L’intaglio del legno, l’intarsio, la lavorazione della pietra e il ricamo, tecniche che rischiano di cadere nell’oblio, vengono qui reinterpretate in un linguaggio di design contemporaneo. «Durante la fase di realizzazione di questa collezione abbiamo capito che volevamo creare arredi funzionali ma totemici, dovevano essere scultorei, interessanti da ogni angolazione, e non doveva essere troppo evidente che si trattava di armadietti o mobili contenitori. Quindi abbiamo deciso deliberatamente di non aggiungere elementi come maniglie o altri sistemi di apertura troppo evidenti. Volevamo che avessero un aspetto leggermente giocoso», spiegano le due. Nascono così mobili funzionali che sono belli sia aperti sia chiusi, preziosissimi nella loro manifattura, in ogni loro minuscolo dettaglio, da ogni punto di osservazione di ammirino.