Ci risiamo. La Francia si ritrova nuovamente a fare i conti con un caso di violenze sessuali rese possibili dall’uso occulto di sostanze farmacologiche. Dopo l’orrore del caso Pelicot – la donna che ha scelto di rinunciare all’anonimato per denunciare centinaia di stupri subiti da uomini sconosciuti mentre era resa incosciente dall’ex marito – un’altra vicenda sta scuotendo in queste ore l’opinione pubblica d’Oltralpe. Questa volta le presunte vittime sarebbero più di 240 donne, convocate per un colloquio di lavoro in un contesto che avrebbero immaginato tra i più protetti: il ministero francese della Cultura. A ricostruire l’incredibile sequenza dei fatti è un’inchiesta pubblicata dal quotidiano britannico The Guardian, che dà voce a diverse donne oggi al centro di un’indagine penale contro Christian Nègre, ex alto funzionario del ministero, sospettato di aver drogato con un potente e illegale diuretico le candidate che incontrava per selezioni e colloqui. Tutto parte dalla drammatica testimonianza di Sylvie Delezenne, consulente di marketing di Lille, che racconta di essere stata contattata nel 2015 tramite LinkedIn per un colloquio a Parigi. «Era il mio sogno lavorare al ministero della Cultura», confida. E invece di quell’incontro ricorda soprattutto un caffè offertole durante il colloquio e la successiva, improvvisa necessità di andare in bagno: sudorazione, tremori, palpitazioni, un malessere crescente. Secondo le accuse, Nègre avrebbe fatto proprio questo: aggiungere alle bevande offerte alle sue malcapitate vittime un diuretico e poi proporre loro lunghe passeggiate lontano da bagni pubblici, con l’unico obiettivo (sembra incredibile) di osservare le loro reazioni.

Il Guardian riferisce che la vicenda è emersa nel 2018, quando un collega del funzionario avrebbe segnalato alle forze dell’ordine un comportamento anomalo: il tentativo di fotografare le gambe di una dirigente. La perquisizione successiva avrebbe portato al ritrovamento di un file intitolato “Experiments”, con annotazioni su tempi e reazioni delle presunte vittime. La testimonianza di Delezenne è una delle più dettagliate. Racconta di essere stata accompagnata nei giardini delle Tuileries per un colloquio durato ore, mentre i sintomi peggioravano. Alla fine, incapace di trattenersi, si sarebbe accovacciata accanto a un tunnel verso la Senna, mentre il funzionario le si avvicinava per “fare scudo” con la giacca. La donna ha poi ammesso di essersi sentita umiliata, convinta di aver “rovinato” il colloquio per colpa propria. Anni dopo, nel 2019, la polizia le avrebbe mostrato il suo nome inserito nel foglio Excel trovato sul computer dell’indagato, insieme a fotografie delle sue gambe. Altre donne confermano un copione molto simile. Anaïs de Vos, 28 anni all’epoca del suo colloquio, ricorda di essere stata invitata a camminare lungo la Senna, finché il funzionario – scrive il Guardian – le avrebbe chiesto con tono infantile: «Hai bisogno di fare la pipì?». Lei, sempre più malata, era riuscita a rifugiarsi in un bar. Un’altra donna, identificata con lo pseudonimo Émilie, racconta di un colloquio di due ore tra cattedrale e rive del fiume a Strasburgo, con la medesima sensazione di malessere improvviso e la richiesta di continuare a camminare nonostante l’urgenza di un bagno. Secondo il Guardian, Nègre è stato rimosso dal ministero e dalla funzione pubblica già nel 2019, e risulta formalmente indagato per vari reati, dalla somministrazione di sostanze alla violenza sessuale. Il suo avvocato ha preferito non commentare durante l’inchiesta. Nel frattempo l’ex funzionario avrebbe potuto lavorare nel settore privato. Le presunte vittime lamentano tempi giudiziari eccessivamente lunghi. «Sei anni dopo, siamo ancora in attesa di un processo. È sconvolgente», afferma Émilie. L’avvocata Louise Beriot parla apertamente di “vittimizzazione secondaria”, un trauma aggiuntivo inflitto da una macchina giudiziaria che procede con lentezza estrema nonostante la portata del caso. Alcune donne avrebbero ottenuto risarcimenti civili, mentre il sindacato CGT-Culture chiede al ministero di riconoscere le proprie responsabilità sistemiche: per anni, sostengono, sarebbero circolate segnalazioni su comportamenti inappropriati del funzionario, incluse fotografie scattate di nascosto durante riunioni. 

La vicenda, lo si diceva all’inizio, arriva in un Paese ancora turbato dal caso Pelicot, che ha portato alla ribalta il tema della soumission chimique, la violenza perpetrata attraverso l’uso occulto di sostanze che alterano la capacità di reagire o di percepire ciò che accade. Il nuovo caso, osservano molti commentatori, amplia ulteriormente il perimetro della vulnerabilità: un colloquio di lavoro, in un ministero, con un funzionario dello Stato. «La mia priorità», ha dichiarato Delezenne nelle parole raccolte dal Guardian, «è che non accada più a nessun’altra».