«Chi ha incastrato Steve Witkoff?», se lo domanda il quotidiano russo “Kommersant”, dopo che è trapelata la telefonata nella quale l’inviato Usa suggeriva al consigliere di Putin, Yuri Ushakov, la via per facilitare un’intesa gradita a Trump e favorevole a Mosca. La trascrizione di Bloomberg ha smascherato il piano. E nel “Giorno del ringraziamento” il tycoon non potrà mettere in tavola alcuna “pace”. Di certo a Washington non ci sarà il presidente Zelensky, che nella ricorrenza odierna avrebbe voluto esprimere gratitudine a Trump, sperando di poter guadagnare tempo e ascolto. L’interrogativo dei media russi su Witkoff arriva da un Paese dove gli 007 contano più della legge. Pochi giorni fa era stato il giornalista del Guardian Luke Harding, con un passato di relazioni burrascose al Cremlino, ad accorgersi che l’originario piano Usa in 28 punti in realtà era stato scritto in russo e poi malamente tradotto in inglese. Anche quella volta il pasticcio era stato dell’immobiliarista di fiducia di Trump, promosso al grado di negoziatore a discapito dei diplomatici di mestiere. Che le conversazioni ai livelli alti della diplomazia siano sempre registrate, è prassi. Che vengano messe in circolazione violando la riservatezza dei colloqui, non ha precedenti. «Chi si fiderà più a parlare con gli americani?», riassume un diplomatico europeo nella capitale ucraina. Dopo un iniziale disappunto espresso pubblicamente da funzionari russi, il Cremlino è corso a soccorrere l’uomo di Trump adombrando però il sospetto che Witkoff sia segretamente intercettato. Secondo il Cremlino, la parte trascritta da Bloomberg apparterrebbe a una conversazione via Whatsapp e non attraverso i consueti canali protetti. Perciò le richieste di licenziare Witjoff avrebbero lo scopo di ostacolare il «fragile slancio verso una soluzione pacifica in Ucraina», ha suggerito Dmitry Peskov, portavoce personale di Putin.

Che Mosca avesse trovato l’interlocutore ideale si è visto anche dal modo in cui lo “zar” ha liquidato la nuova bozza vergata a Ginevra per un accordo che possa fermare il bagno di sangue.

Trump ha chiesto a Witkoff di tornare a Mosca la prossima settimana insieme al genero del presidente, Kushner. Al Cremlino hanno subito dato l’ok, proprio quando il negoziatore del tycoon è ora inseguito da una generale diffidenza. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di essere pronto a portare avanti il quadro sostenuto dagli Usa. Ma quello che nei corridoi del potere ucraino si dice a riflettori spenti è che la prima bozza tradotta dal russo e il contenuto della conversazione di Witkoff dimostrano che alla Casa Bianca in troppi prestano orecchio a Mosca: impedire l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, controllo russo su un quinto del territorio ucraino, esercito ridotto per Kiev. E concedere l’amnistia agli accusati di crimini di guerra. Fnti ufficiali russe hanno dettato alle agenzie di Mosca due righe: «Non si può parlare di concessioni o di rinuncia a questi punti chiave».

Mentre a Washington cercano (pure tra gli stessi repubblicani) la talpa che ha trasmesso a Bloomberg la trascrizione della telefonata, a Kiev tira il fiato proprio il presidente ucraino. «Il piano di pace di Trump è stato uno shock per tutti in Ucraina. Ha spostato l’attenzione dallo scandalo della corruzione a una minaccia esterna molto più pericolosa», ha detto al Kyiv Independent l’analista politico Volodymyr Fesenko.

Dal fronte arrivano voci come quella di Yaryna, soldatessa in prima linea a Kherson: «Non rinunceremo a tutta la regione di Kherson, a tutto il Donetsk o a Zaporizhia, che abbiamo difeso per anni». Parole che non escludono un patto: «Congelare la linea del fuoco – ci scrive Ivan – dronista e cecchino a ridosso della città contesa di Pokrovsk -, ma non consegnare la parte di Ucraina che liberata». Nel Donbass, droni, missili e artiglieria continuano a distruggere e uccidere indistintamente civili e militari. La capitale da quasi due giorni assapora gli allarmi spenti, tenendosi pronta a nuove fiammate. A Kiev, lontano dalla prima linea, i toni sono più pragmatici. Vyacheslav, pensionato con un passato da antisovietico, guarda sul prato ghiacciato di Maidan la distesa di coccarde che ricordano i soldati caduti: «Dovremo scendere a compromessi. Ma dobbiamo stabilire cosa è accettabile e cosa no».