Gli astrociti, quelle cellule a forma di stella che per anni la scienza ha relegato al ruolo di comparse nel grande teatro del cervello, tornano finalmente al centro della scena. E lo fanno grazie a uno studio condotto da un team di ricercatori del Baylor College of Medicine, pubblicato su Nature Neuroscience. Lo studio mostra chiaramente come queste cellule possano letteralmente ripulire il cervello dalle placche amiloidi già formate. La sperimentazione per il momento è stata effettuata su modelli murini con deficit cognitivi già avanzati, ma la speranza che si possano avere buoni risultati anche sull’uomo è concreta. Gli scienziati hanno infatti scoperto che aumentando nei topi la quantità di una proteina chiamata Sox9, gli astrociti diventano più attivi, più aggressivi contro i depositi tossici e più efficaci nel preservare memoria e capacità di riconoscimento. Un ribaltamento totale della narrativa tradizionale, che mette in crisi decenni di approcci terapeutici centrati quasi esclusivamente sui neuroni, mentre proprio le cellule “di supporto” dimostrano di essere, in certe condizioni, molto più che semplici aiutanti.
Sox9, la proteina che trasforma gli astrociti in aspirapolvere biologici
Gli autori dello studio hanno preso in esame la proteina Sox9, regolatrice di numerosi geni che cambiano attività durante l’invecchiamento. “Gli astrociti svolgono diverse funzioni essenziali per il normale funzionamento cerebrale, tra cui facilitare le comunicazioni e l’archiviazione dei ricordi”, spiega Dong-Joo Choi, primo autore. Con l’avanzare dell’età, però, queste cellule subiscono alterazioni profonde, e non è ancora chiaro quanto queste modifiche contribuiscano alla neurodegenerazione.
Il team ha quindi manipolato Sox9 in topi già affetti da accumuli amiloidi e deficit di memoria. Alcuni animali sono stati potenziati con un’espressione aumentata della proteina, altri ne sono stati privati. Per sei mesi i ricercatori hanno monitorato memoria, riconoscimento e capacità di orientamento, per poi confrontare i cervelli e valutare la quantità di placca residua. I risultati sono stati descritti dagli stessi autori come “netti e impossibili da ignorare”.
Quando Sox9 sale, la memoria si salva: cosa è successo
Il quadro emerso è sorprendente: la riduzione di Sox9 ha causato un peggioramento rapido, con astrociti meno ramificati, meno attivi e incapaci di rimuovere efficacemente la placca. Al contrario, l’aumento della proteina ha spinto le cellule a intensificare la loro attività di fagocitosi, aumentando la capacità di inglobare e degradare le placche Aβ già presenti. Questo non solo ha ridotto l’accumulo tossico, ma ha anche permesso ai topi di mantenere prestazioni cognitive migliori. Lo studio suggerisce dunque che stimolare il coinvolgimento degli astrociti potrebbe rappresentare un’arma terapeutica futura, complementare o alternativa alle strategie che puntano a prevenire la formazione di nuove placche.
Il meccanismo MEGF10 e l’approccio “astro–centrico”
L’azione “ripulente” degli astrociti potenziati da Sox9 sembra dipendere dal recettore MEGF10, una proteina coinvolta nei processi di fagocitosi. Il team ha dimostrato che proprio la regolazione di questo recettore consente agli astrociti di funzionare come un vero aspirapolvere cellulare. “Abbiamo scoperto che l’aumento dell’espressione di Sox9 stimolava gli astrociti a ingerire più placche amiloidi, eliminandole dal cervello come un aspirapolvere”, afferma Benjamin Deneen, autore senior.
La gran parte dei trattamenti oggi punta a proteggere i neuroni o a bloccare la formazione di nuove placche. Qui la prospettiva cambia: si sfrutta la macchina biologica naturale che il cervello già possiede. Gli scienziati, però, invitano alla cautela: sono necessari nuovi studi per capire se la modulazione di Sox9 negli esseri umani possa replicare gli stessi benefici osservati nei topi.
“Questo studio suggerisce che potenziare la naturale capacità degli astrociti di fare pulizia potrebbe essere altrettanto importante”, afferma ancora Deneen. Una frase che suona come una piccola rivoluzione concettuale, perché apre alla possibilità di terapie meno invasive e più fisiologiche.
Questo approccio funzionerà anche negli esseri umani?
Le ricerche non sono ancora pronte per essere trasferite alla clinica, ma gli scienziati vedono in questa pista una delle più promettenti degli ultimi anni. Attivare la “modalità pulizia” degli astrociti potrebbe, infatti, non solo rallentare la progressione dell’Alzheimer, ma anche aprire la strada a strategie terapeutiche contro altre forme di neurodegenerazione dove l’accumulo di proteine tossiche gioca un ruolo chiave.
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