In Italia circola un certo scetticismo ogni volta che i media raccontano il peggioramento dell’economia russa. È lo strascico di un equivoco nato all’inizio dell’invasione in Ucraina, quando diversi analisti occidentali avevano annunciato un collasso imminente della Russia, paragonabile agli anni Novanta. Poi quel crollo non è arrivato, Putin è rimasto saldo al Cremlino e l’apparato repressivo ha continuato a funzionare col solito ricambio di generali precipitati volontariamente o meno dalle finestre. I dati ufficiali hanno perfino mostrato il prodotto interno lordo in crescita, creando l’illusione di un sistema che reggeva, nonostante tutto.
In realtà era solo l’effetto di una tipica economia di guerra: lo Stato pompa miliardi nella produzione militare, gonfiando artificialmente il Pil senza generare benessere reale. Le fabbriche lavorano a ciclo continuo, ma non producono ricchezza: producono munizioni. La solita storia dei burri o cannoni: la spesa pubblica tiene a galla stipendi e industrie strategiche, mentre il settore civile si svuota, i consumi crollano e le regioni interne accumulano debiti. Molti continuano a confondere attività economica con salute economica, ma sono due cose diverse.
L’economia russa non è ancora in ginocchio, ma dopo due anni di crescita alimentata dalla guerra, i numeri rimangono implacabili e peggiorano. La domanda interna si contrae, le entrate energetiche scendono, il bilancio federale vive grazie a tasse più alte e tagli nascosti. Le ultime stime parlano di un Pil in aumento di circa l’1 per cento, ma con un’inflazione che resta alta attorno all’8 per cento e tassi d’interesse al 16,5 per cento.
Il primo segnale arriva dai consumi interni. Bloomberg, citando i dati di SberIndex, racconta che le famiglie russe hanno iniziato a tagliare la spesa anche sul cibo. È un indicatore che di solito gli economisti considerano il più affidabile per misurare il disagio reale, perché il consumo alimentare tende a essere rigido e diminuisce solo nei momenti di maggiore pressione sui redditi. Negli ultimi due anni, la combinazione di spesa pubblica elevata e boom dell’industria militare aveva tenuto viva la domanda interna; ora, con i prezzi ancora alti e il credito più caro, la domanda comincia a cedere.
La pressione si vede anche sul lato delle imprese. Bloomberg indica che aziende dell’acciaio, del minerario e dell’energia mostrano ricavi in calo e condizioni finanziarie più dure. Non è solo un problema di rallentamento della domanda globale, ma anche il fatto che tassi così elevati rendono più costoso rifinanziare il debito aziendale, riducendo i margini e rallentando nuovi investimenti. L’economia civile, fuori dal perimetro militare e para statale, vede restringersi lo spazio di manovra più di quanto ammettano le statistiche ufficiali.
Il bancomat su cui la Russia ha costruito finora il suo equilibrio fiscale sta funzionando sempre peggio. Secondo quanto riportato da Reuters, a novembre il gettito da petrolio e gas dovrebbe fermarsi a circa 520 miliardi di rubli, con una diminuzione del 35 per cento rispetto allo stesso mese del 2024 e del 7,4 per cento rispetto a ottobre. Significa un terzo in meno rispetto allo stesso mese dell’anno scorso e quasi l’8 per cento in meno rispetto a ottobre. È un calo brusco per un settore che fino a poco tempo fa garantiva al Cremlino un flusso continuo di denaro. Se si guarda all’intero 2025, da gennaio a novembre, il totale previsto è di circa 8 trilioni di rubli, un dato ben sotto gli obiettivi fissati dal governo e decisamente inferiore a quello del 2024. In pratica, Mosca incassa molto meno di quanto aveva programmato, e la distanza fra previsioni e realtà si allarga mese dopo mese.
Le ragioni sono tre, e tutte strutturali. La prima è che il prezzo medio del petrolio usato per calcolare le tasse è sceso attorno ai 57 dollari al barile, troppo poco per garantire le entrate necessarie. La seconda è che il rublo si è rafforzato, e questo paradossalmente riduce gli incassi statali, perché la Russia vende petrolio in dollari ma li converte in rubli: se il rublo vale di più, ogni dollaro rende meno. La terza è il peso crescente delle sanzioni americane su Rosneft e Lukoil, che rende più difficile esportare, incassare rapidamente e mantenere alti i flussi di valuta estera.
A livello di conti pubblici generali, le stime indipendenti indicano che da gennaio ad agosto 2025 il deficit federale ha raggiunto circa 4,2 trilioni di rubli. Nei mesi estivi il ritmo con cui il deficit cresceva si è leggermente attenuato, ma non perché lo Stato abbia ridotto le spese. La spesa resta molto alta e continua a superare di gran lunga le entrate energetiche. Il rallentamento è dovuto soprattutto a maggiori entrate fiscali interne, che il governo usa per compensare il calo del petrolio e del gas, aumentando la pressione su consumi e profitti.
Per capirci, il Cremlino ha spostato il peso del finanziamento della guerra sull’economia interna e sui consumatori. La riforma fiscale attualmente approvata prevede un aumento dell’iva dal 20 al 22 per cento e un abbassamento della soglia di fatturato oltre la quale le imprese devono versarla, da 60 milioni a 10 milioni di rubli annui. Secondo le stime del governo, la sola mossa sull’iva potrebbe valere circa 1 trilione di rubli aggiuntivi. L’entrata in vigore è prevista dal 2026, con una transizione fino al 2028. Forse anche per questo il Cremlino spera di chiudere in fretta la pace.
Mentre il bilancio federale rallenta, le regioni accumulano deficit. Un’analisi citata dal Moscow Times mostra che, al 19 novembre, le entità regionali erano in un disavanzo combinato di circa 0,6 trilioni di rubli, con entrate pari a 18,8 trilioni e spese a 19,4 trilioni. Il passivo regionale previsto entro fine anno dovrebbe collocarsi tra i 500 e gli 800 miliardi di rubli, un livello che non si vedeva da anni e che riflette l’aumento dei costi sociali e infrastrutturali accompagnato da entrate locali meno dinamiche. Tradotto: i governi locali sono costretti a rinviare pagamenti, a tagliare prestazioni sociali e a comprimere investimenti in infrastrutture, sanità e scuola. La guerra sposta risorse verso il centro. Le periferie federali faticano sempre di più a tenere i conti in ordine.
La Russia non è sull’orlo di una crisi di liquidità e non sta finendo tutti i soldi per la guerra. Ma il margine si assottiglia sempre di più. Il costo economico del conflitto, finora attutito da entrate eccezionali e da una politica di spesa espansiva, si manifesta in modo più diretto nella vita quotidiana delle famiglie e nei conti pubblici. Quanto a lungo il Cremlino potrà continuare a finanziare una guerra costosa facendo pagare il conto a consumatori, regioni e imprese civili senza innescare tensioni più profonde all’interno del paese? La risposta per ora è una: la Russia è una dittatura.