Il muezzin della moschea, Asgin Tunca, ha riferito ai giornalisti del colloquio avuto col Pontefice: “Gli ho detto che questa era la casa di Allah e gli ho chiesto se voleva pregare, e lui ha risposto «no, osserverò in giro»”. Una scelta diversa da quella dei suoi predecessori. Nelle ultime due visite, quella di Papa Francesco nel 2014 e di Papa Benedetto XVI nel 2006, la preghiera silenziosa compiuta dai pontefici richiese una puntualizzazione del Vaticano che la definì non una preghiera comune quanto “un’adorazione”.

Dopo la visita di Leone XIV, la Santa Sede ha fatto sapere che “il Papa ha vissuto la visita alla Moschea in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti si raccolgono lì in preghiera”. Una scelta, questa del nuovo pontefice, che va letta nel contesto del suo primo viaggio internazionale, che toccherà anche drammatici teatri di guerra nel medio-oriente. Domenica è atteso a Beirut, in Libano.

Chiare le sue parole a proposito del tormentato contesto medio-orientale: “L’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo, va respinto con forza, mentre le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione”. Spazio anche all’importanza della “fratellanza e sorellanza universale indipendentemente dall’etnia, dalla nazionalità, dalla religione o dall’opinione”. Per il Santo Padre, infatti, “non sarebbe possibile invocare Dio come Padre se rifiutassimo di riconoscere come fratelli e sorelle gli altri uomini e donne, anch’essi creati a immagine di Dio”.

Il viaggio ha interessato venerdì anche Iznick, nell’Anatolia settentrionale, la cittadine storicamente nota come Nicea. Qui il Papa si è raccolto in preghiera in riva al lago, accompagnato da rappresentanti della chiesa ortodossa e del patriarca Bartolomeo. A Nicea, dal 20 maggio al 19 giugno dell’anno 325, l’imperatore Costantino convocò tutti i vescovi dell’oikouméne, tutta la terra abitata conosciuta. Fu appunto quello il primo consiglio ecumenico e passò alla storia per la condanna all’arianesimo e per la decisione sulla data in cui si sarebbe celebrata la Pasqua.

Da tempo nella Chiesa si denuncia quello che Prevost ha definito “arianesimo di ritorno, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti”. Il termine era stato utilizzato anche da Joseph Ratzinger negli anni Novanta. L’arianesimo è una dottrina considerata eretica elaborata dal Vescovo Ario nel IV secolo. Al centro è la negazione la qualità consubstanziale di Cristo, cioè l’idea che il Figlio sia “della stessa sostanza” del Padre, ovvero che Cristo sia allo stesso livello di Dio e non subordinato a lui come invece riteneva Ario. Il Concilio di Nicea, invece, definì Cristo homooúsios, cioè “della stessa sostanza” del Padre.

“Se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi”, ha dichiarato Papa Leone. Per il nuovo pontefice la figura di Gesù Cristo è centrale e la sua difesa in quanto divinità e non semplice intermediario è anche un monito ai fedeli. Prevost ammette che “il 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea è un’occasione preziosa per chiederci chi è Gesù Cristo nella vita delle donne e degli uomini di oggi, chi è per ciascuno di noi. Questa domanda interpella in modo particolare i cristiani, che rischiano di ridurre Gesù Cristo a una sorta di leader carismatico o di superuomo, un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione”.