Caricamento player

A quasi quattro anni dall’inizio dell’invasione in Ucraina l’economia russa sta iniziando a mostrare grossi segnali di debolezza. Verosimilmente queste fragilità non faranno crollare il regime di Vladimir Putin, almeno non nell’immediato; ma già oggi stanno rendendo più difficile per il governo continuare a finanziare la guerra. Potrebbero insomma rappresentare un problema importante sul lungo periodo, sia per l’economia del paese sia per la stabilità del regime.

Dopo essere cresciuto di oltre il 4 per cento nel 2023 e nel 2024, sorprendendo molti analisti che avevano predetto un crollo dell’economia a causa delle sanzioni occidentali, nel 2025 il PIL (il Prodotto interno lordo) russo aumenterà in maniera limitata: nei primi due trimestri dell’anno è cresciuto rispettivamente dell’1,4 e dell’1,1 per cento; ma nel terzo soltanto dello 0,6 e ci si aspetta perfino una piccola contrazione negli ultimi tre mesi dell’anno. Nel complesso la crescita del 2025 dovrebbe essere dell’1 per cento (comunque superiore a quella italiana).

Vladimir Putin, dicembre 2024

Vladimir Putin, dicembre 2024 (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

L’espansione dell’economia russa nei primi anni di guerra era dovuta principalmente a due fattori. La Russia ha potuto godere di una grande disponibilità di soldi per finanziare la guerra senza ricorrere al debito grazie a un ricco fondo sovrano, in cui lo stato aveva accumulato per anni i profitti della vendita di gas naturale e petrolio. Nei primi anni della guerra peraltro gli alti prezzi del petrolio (provocati in buona parte dalla stessa invasione russa) hanno contribuito a tenere alte le entrate e ad arricchire il fondo, perché la Russia ha continuato a vendere petrolio e gas naturale a paesi come Cina e India.

La Russia ha inoltre goduto di una crescita abbondante grazie alla riconversione della sua economia in un’economia di guerra: sono state costruite nuove industrie e infrastrutture, migliaia di persone hanno trovato lavoro e le banche, su indicazione dello stato, hanno concesso prestiti favorevoli che hanno stimolato un po’ tutti i settori.

La banca centrale del paese, sotto la guida della governatrice Elvira Nabiullina, ha saputo gestire in maniera sapiente le finanze dello stato sostenendo il valore del rublo, la valuta russa, e tenuto a freno l’inflazione fino a quando è stato possibile.

La governatrice della banca centrale russa Elvira Nabiullina con il ministro delle Finanze Anton Siluanov, novembre 2025

La governatrice della banca centrale russa Elvira Nabiullina con il ministro delle Finanze Anton Siluanov, novembre 2025 (AP Photo/Pavel Bednyakov, Pool)

Oggi queste condizioni favorevoli stanno cominciando a venire meno.

La riconversione dell’economia bellica è in gran parte stata completata, ponendo fine allo slancio dei primi tempi.

Soprattutto, però, è terminata la grande disponibilità di denaro. Il prezzo del petrolio si è infatti normalizzato, e quest’anno le entrate sulla sua vendita crolleranno del 20 per cento. Le ultime sanzioni americane contro le compagnie petrolifere russe hanno ulteriormente complicato la situazione. Il governo ha dovuto cominciare ad attingere dal fondo sovrano, che si è ridotto a circa la metà del valore precedente all’invasione. Così, per evitare che la Russia perda tutte le sue riserve di liquidità, quest’estate il governo ha deciso che il fondo non potrà più essere usato per finanziare la guerra e sostenere l’economia.

Con il fondo sovrano bloccato e le entrate del petrolio in calo, la Russia ha iniziato a spendere più di quanto incassa. Quest’anno il suo deficit (cioè la differenza tra entrate e uscite) è arrivato al 2,6 per cento del PIL, contro una stima iniziale dello 0,5 per cento. In questo contesto la Russia avrebbe altri tre modi per finanziarsi: emettere debito, alzare le tasse o tagliare le spese. Nessuno dei tre rappresenta una soluzione semplice.

In condizioni normali dovrebbe essere facile per uno stato come la Russia finanziarsi emettendo debito tramite titoli di stato. La Russia ha conti pubblici in ordine, il suo debito pubblico è il 17,7 per cento del PIL e dovrebbe arrivare al 18,6 per cento l’anno prossimo. Per fare un paragone il debito pubblico dell’Italia è del 137 per cento del PIL, quello della Germania del 62 per cento e quello degli Stati Uniti del 118 per cento.

La Russia però ha un problema che gli altri paesi non hanno: a causa delle sanzioni occidentali non può rifinanziarsi sui mercati internazionali e non può vendere all’estero i suoi titoli di stato. Può vendere il suo debito soltanto sul mercato interno, dove gli unici grandi compratori sono le banche russe. Ma da dove prendono le banche russe i soldi per comprare i titoli di stato? Dallo stato stesso, o meglio dalla banca centrale, che aumenta la quantità di denaro in circolazione.

Qui si crea una specie di effetto perverso: più denaro c’è in circolazione e più c’è inflazione, cioè aumentano i prezzi. Per rispondere all’inflazione, la banca centrale deve alzare i tassi d’interesse, per fare rallentare dell’economia. Se l’economia rallenta le entrate dello stato diminuiscono, e questo porta all’emissione di maggiore debito, quindi a più inflazione, e così via, potenzialmente all’infinito. Inoltre quando i tassi sono alti lo stato deve pagare di più sugli interessi del suo debito, che assorbono una quota sempre maggiore delle sue risorse fiscali.

Per evitare che l’inflazione vada fuori controllo e che il debito diventi difficile da gestire, la Russia sta quindi prendendo l’altra strada: alzare le tasse e tagliare le spese.

Mosca, febbraio 2025

Mosca, febbraio 2025 (AP Photo/Alexander Zemlianichenko, File)

Già l’anno scorso la Russia aveva aumentato la tassa sui redditi (l’equivalente dell’IRPEF italiana) oltre alle imposte su alcuni settori produttivi, come quello dei fertilizzanti e dell’acciaio. Secondo la legge di bilancio appena approvata dal parlamento, inoltre, a partire da gennaio 2026 l’IVA aumenterà dal 20 al 22 per cento su quasi tutti i beni di consumo, eccetto pochi beni essenziali come quelli alimentari, che rimarranno al 10 per cento. L’aumento contraddice la promessa di non aumentare le tasse prima del 2030, fatta da Putin l’anno scorso.

Probabilmente l’indicatore più importante del fatto che le cose non vanno più bene è che nel 2026 la Russia taglierà la spesa militare per la prima volta da quando è cominciata la guerra. Passerà infatti all’equivalente di 141 miliardi di euro di quest’anno a circa 135 miliardi di euro l’anno prossimo. Negli anni della guerra la spesa militare e per la sicurezza era aumentata enormemente, fino ad arrivare al 40 per cento di tutta la spesa pubblica russa.

Tutto questo non significa che la Russia sia sul punto di crollare, o di non poter più finanziare lo sforzo bellico. L’Ucraina, peraltro, si trova in una situazione finanziaria decisamente peggiore, e rischia di rimanere senza soldi già l’anno prossimo senza l’aiuto dei paesi europei.

Le difficoltà russe significano però che, dopo anni in cui la guerra non aveva creato problemi all’economia, e anzi aveva generato una notevole crescita, da adesso in poi andare avanti comporterà per il regime di Vladimir Putin fare scelte complicate. La guerra, insomma, è diventata un po’ meno conveniente.