L’ipotesi si è fatta strada qualche anno fa: che la dieta chetogenica, basata sulla drastica riduzione dei carboidrati, possa essere un utile alleato dei farmaci in alcuni disturbi mentali, come quello bipolare e la depressione. Sono stati condotti diversi piccoli studi clinici i cui risultati sembrano promettenti, e ora un gruppo di ricercatori canadesi ha tirato le prime somme, pubblicando su Jama Psychiatry una meta-analisi che fa il punto su quanto emerso. La risultante è una timida ma interessante conferma: la dieta chetogenica potrebbe portare a miglioramenti lievi o moderati dei sintomi depressivi. Nessun effetto sembra invece esserci sugli stati ansiosi.

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La meta-analisi

La meta-analisi ha preso in considerazione i dati di 50 studi (per un totale di quasi 48 mila pazienti) che hanno valutato gli effetti di diete in cui l’energia giornaliera proveniente da carboidrati era inferiore al 26% (ossia meno di 50 grammi di questi nutrienti).

Dieci i trial di migliore qualità (dal punto di vista metodologico) che hanno confrontato la dieta chetogenica con altri regimi alimentari: mostrano una grande variabilità ma, in generale, la dieta chetogenica risulta associata a un miglioramento dei sintomi della depressione.

I risultati

L’associazione era più marcata in tre casi: quando i livelli di chetoni venivano monitorati per verificare che i partecipanti fossero effettivamente in uno stato di chetosi (suggerendo che il raggiungimento di una chetosi biochimica sia un fattore chiave); quando i pazienti non soffrivano anche di obesità (indicando che il meccanismo d’azione potrebbe essere indipendente dalla perdita di peso); quando l’intervento consisteva in una dieta a bassissimo contenuto di carboidrati.

È importante ricordare che si tratta di studi preliminari: gli stessi autori dello studio invitano alla prudenza, ribadendo che sono necessari trial più ampi e di alta qualità per chiarire l’efficacia e la forza dei risultati, e per capire se gli effetti siano o meno duraturi.

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Metabolismo e cervello: possibili effetti contrapposti della dieta chetogenica

Ma c’è altro da considerare: l’efficacia modesta e la grande variabilità potrebbero essere la risultante di effetti contrapposti dello stress metabolico sulle fluttuazioni ormonali e neurochimiche, come spiega a Salute Paolo Guiddi, che all’Università Statale di Milano insegna Modelli di cura integrati e tecniche d’intervento psicologico, in particolare applicate ai disturbi cardiovascolari e alle sindromi metaboliche – “In generale – dice- sappiamo che quando il corpo entra in uno stato di chetosi si modificano i livelli di alcuni neurotrasmettitori nel cervello, come la serotonina e la dopamina, che influenzano, per esempio, il comportamento, gli stati emotivi, il tono dell’umore, il sonno.

Intuitivamente, ci potremmo attendere, allora, un peggioramento dei sintomi depressivi. Allo stesso tempo, però, la chetosi aumenta il GABA (acido gamma-amminobutirrico, ndr) che è il principale neurotrasmettitore inibitorio del sistema nervoso centrale e agisce come un calmante per l’attività neuronale”. Questo, sottolinea Guiddi, potrebbe essere il potenziale meccanismo di azione alla base di quanto emerso dalla revisione degli studi. E la contrapposizione degli effetti potrebbe spiegare la grande variabilità osservata, nonché il fatto che la dieta chetogenica non sembra migliorare i sintomi dell’ansia. “In generale, comunque, i dati aiutano nella gestione dei pazienti con comorbidità: sembrano infatti rassicurare, almeno ad oggi, sul fatto che sia possibile sottoporre alla dieta chetogenica una persona in sovrappeso e con depressione senza correre il rischio di peggiorarne i sintomi depressivi”, dice ancora l’esperto, che è anche psicologo e psicoterapeuta presso la divisione di Psiconcologia dell’Istituto Europeo di Oncologia diretta da Gabriella Pravettoni.

Un nuovo modo di guardare alla salute mentale

Di certo, il campo di ricerca che indaga il nesso tra nutrizione e salute mentale apre nuove prospettive: Il grande merito di questi studi è di porre le basi per guardare alla salute mentale anche attraverso una lente ‘metabolica’ e non solo prettamente psichiatrica e psicologica, conclude Guiddi: “La direzione è quella di un trattamento della depressione non unicamente farmacologico – si pensi ai pazienti refrattari ai trattamenti tradizionali – e ‘patologizzante’: sempre più questo tipo di studi ci insegna a trattare l’organismo umano come un sistema, aperto e complesso, di interscambi multipli. Nello specifico, lo studio mostra evidenze del legame tra cervello e intestino, come indicano i modelli bio-psicosociale e psico-neuro-endocrino-immunologico, evidenziando ancora una volta il ruolo importantissimo del microbioma intestinale anche nella regolazione degli stati ormonali”.