«Forse la giovinezza è questo perenne amare i sensi e non pentirsi». Le parole di Sandro Penna incorniciano la figura del cavaliere al galoppo di Zanardi medievale, l’opera in cui, pochi mesi prima di morire, Andrea Pazienza proiettò il suo teppista metropolitano preferito – Massimo Zanardi, appunto – in una storia onirica e incompiuta di tornei, duelli e draghi immaginari. Da oggi fino al 6 aprile quei bellissimi disegni a colori sono un momento centrale della mostra La matematica del segno, con cui il Maxxi L’Aquila celebra a Palazzo Ardinghelli un maestro del fumetto italiano a settant’anni dalla nascita, primo tempo di un progetto espositivo che proseguirà al Maxxi Roma nella primavera del 2026 (Paz era nato il 23 maggio 1956).
Il legame con l’Abruzzo è alla base della scelta dell’Aquila come prima sede, perché è proprio in queste terre che un Andrea adolescente muove i primi passi in campo artistico, ben prima di diventare una rockstar del graphic novel: appena tredicenne, viene spedito dai genitori – il padre era acquarellista oltre che insegnante di disegno – a studiare al liceo artistico Misticoni di Pescara. Qui, ricorda la curatrice Giulia Ferracci, il talento dell’enfant prodige che disegnava fin da piccolissimo esplode clamorosamente: «Il segno di Pazienza si è fortificato grazie ai suoi professori Sandro Visca e Albano Paolinelli, che lo hanno adottato. Sempre a Pescara ha esposto i suoi quadri alla Galleria Convergenze nel ’73, dove ha anche tenuto la sua prima personale due anni dopo». La mostra documenta e racconta il percorso iniziale di Paz «tracciando una linea pittorica che parte dal periodo giovanile e prosegue fino alla sua morte, nell’88», aggiunge Ferracci.
LA LETTURA
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Il viaggio comincia dal quadro che Andrea realizza a 15 anni, Il mio funerale, appeso originariamente nella sua cameretta di San Severo e presagio di una morte prematura che se lo sarebbe portato via a 32 anni per effetto di un’overdose. La sua poesia Amo al di là e oltre, composta poco più che ventenne ed esposta al Maxxi, è un manifesto personale e creativo: «Al di là e oltre, è un mare di pennarelli, ed il mio amore per i pennarelli è secondo solo all’amore che nutro per me stesso» (…). Inizia così e procede fra riferimenti letterari e artistici, da Pratt a Ezra Pound, dal New Dada alla Pop Art ai futuristi, senza trascurare la passione per le sigarette Ms e Marlboro e le bretelle di cuoio.
«Nel materiale che abbiamo raccolto testimoniamo il processo che lo ha portato a diventare un grande autore», spiega l’altro curatore, Oscar Glioti. Ecco allora, nelle sale successive, gli album da disegno di un bambino alle prese con fumetti dai tratti precocemente sperimentali, come le vignette rotonde rinvenute nel materiale fornito dalla famiglia. Una volta a Pescara, superato lo choc dei primi tempi trascorsi in un collegio di gesuiti – dove fra parentesi conosce il futuro compagno di viaggio da Cannibale a Frigidaire, Tanino Liberatore -, il giovanissimo Paz entra in confidenza con gli insegnanti del liceo: Sandro Visca non solo ne individua le capacità formidabili, ma diventa il bersaglio di una serie di caricature che lo ritraggono perlopiù nudo in avventure ultrafantasiose. Sarà proprio Visca a suggerirgli di dare uno sviluppo narrativo ai suoi schizzi per trasformarli in vere storie a fumetti, ma intanto, siamo nel 1974, Paz dà vita ai suoi quadri: Susanna e i vecchioni, Repubblica italiana e Autoritratto (quello ispirato a una foto che lo ritrae mentre traccia una linea a terra).
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Finché, nel ’75, la Galleria Convergenze gli dedica una personale. La mostra aquilana prontamente registra: ecco Isa d’estate, con protagonista Isabella Damiani, musa e amica inseparabile delle vacanze sul Gargano di Andrea, e poi l’Autoritratto come nobile olandese del Seicento, l’Autoritratto (Gramsci) e Madame Curaro, dove si fondono elementi grafici e figurativi. «È il periodo in cui Pazienza capisce che ha i mezzi per poter stare da protagonista nella ‘provincial art’ – commenta Glioti -. Parlava da pari a pari con i suoi professori, poi però si rese conto che le sue opere pittoriche politiche finivano come oggetti di arredamento nelle case dei farmacisti e virò verso il fumetto, che gli consentiva di arrivare a un pubblico molto più vasto». Pentothal, l’alter ego fumettistico con cui esordisce su Alter Linus nel ’77, all’indomani della rivolta bolognese, è lì a dimostrarlo.
Nel rincorrersi delle suggestioni pazienzesche, La matematica del segno insegue l’autore fin negli Anni Ottanta passando prima da un disegno inedito ispirato a Moebius, poi dalla copertina di Cannibale con un figuro dalla minacciosa mazza da golf in mano – «la pazienza ha un limite, Pazienza no», come usava dire il nostro – quando ecco apparire, inconfondibile col suo naso a becco, Zanardi: in versione equestre, come venne affrescato in un famoso pannello nell’84 a Cesena, prima che andasse parzialmente distrutto. Un ritorno alle sue tentazioni pittoriche che emerge anche dall’ultima sala, dove campeggiano un San Sebastiano trafitto da matite, in omaggio a Schifano, e una gigantesca riproduzione della copertina di Pompeo. Paz di luce e di tenebra, come tutta la sua opera.