Il tema dei biglietti nel ciclismo è uno dei più caldi di questa off-season. Le dichiarazioni di Filippo Pozzato, che con la sua PP Sport Events già da qualche anno alla Veneto Classic riserva l’accesso della Tisa a chi possiede un ticket (dando in cambio una serie di servizi), hanno riaperto un dibattito che era già stato posto qualche decennio fa, senza che sia mai stata trovata una soluzione. Le recenti difficoltà economiche di alcune squadre e di alcune organizzazioni hanno riportato il tema del modello di business del nostro sport al centro della questione, nella speranza di reperire nuovi fondi per tutti. Dopo aver sentito Adriano Amici del GS EmiliaMarco Selleri di ExtraGiro, la redazione di SpazioCiclismo ha parlato con Maurizio Evangelista, general manager del Tour of the Alps.

In esclusiva a SpazioCiclismo, il numero uno della corsa a tappe a cavallo tra Trentino, Alto Adige e Austria ha detto la sua sulla questione dei biglietti per i tifosi nel ciclismo: “Per noi non è una priorità. Nel rispetto di tutte le opinioni, l’improvvisa attenzione sul tema mi lascia perplesso. È un tema malposto: al di là della tradizione del ciclismo, che è uno sport di strada, e non è un dettaglio banale, il tema è stato affrontato in modo approssimativo. Questo non significa che non abbia senso chiedersi se il ciclismo possa imporre un biglietto d’ingresso, ma bisogna circostanziare la questione. Questo già avviene nei Paesi in cui c’è una tradizione del ciclocross”.

Proprio parlando del ciclocross, Maurizio Evangelista spiega: “Parte della nostra organizzazione è stata coinvolta nel 2019 agli Europei di ciclocross vinti da Van der Poel a Silvelle. In quell’occasione abbiamo venduto 6000 biglietti, che è una cosa inusuale. Il ciclismo su strada è diverso. Sarebbe una posizione impattante in modo negativo. Il primo problema da porre è il contesto, le condizioni organizzative che il contesto offre e soprattutto l’unicità dell’evento che si va a proporre”.

L’esempio che arriva dal Giro delle Fiandre non può davvero essere preso in considerazione: “Al Giro delle Fiandre c’è un biglietto d’ingresso per un’area limitata, ma dentro quell’area sono offerti servizi di un certo livello, la corsa passa tre volte e soprattutto è il Giro delle Fiandre. È una possibilità per corse che hanno una loro specificità, unicità. La prospettiva va riservata solo a situazioni uniche o irripetibili, come una tappa prestigiosa di un Grand Tour o un Mondiale. In senso allargato però sarebbe punitivo per il ciclismo”.

“Anche in un momento in cui il ciclismo italiano non ha grandi stelle – prosegue – il pubblico continua a esserci nelle grandi corse. Ma credo sarebbe scoraggiante proporre una cosa del genere per una cosa che non ha carattere di eccezionalità. I tempi non sono maturi. Poi dobbiamo considerare che il panorama dello sport italiano è suggestionato dall’esempio del tennis, che è diverso: ha un target di riferimento diverso, si fa in stadi chiusi, e poi quello che è successo con Sinner e altri giocatori straordinari come Musetti e Berrettini è una cosa fuori dall’ordinario. Ora tutti corriamo dietro al tennis, ma non è un miracolo: viene da tanti anni di buon lavoro. Prima bisogna fare il buon lavoro e poi si possono raccogliere i risultati“.

Maurizio Evangelista porta un esempio dalla Milano-Sanremo, una corsa diversa dalle altre in calendario, con una sua specificità e una serie di problemi se si volesse pensare di introdurre un biglietto: “Pensiamo al Poggio della Sanremo: è uno spettacolo. Ma cosa facciamo lassù? Non ci sono parcheggi, non sappiamo cosa farci, la corsa passa per dieci secondi. Si può pensare di costruire una hospitality, ma non mi sembra possa sconvolgere in positivo gli esisti del ciclismo italiano. Per il resto credo che il legame del pubblico vada mantenuto così com’è. Mi rendo conto che il ciclismo, rispetto ad altri sport, non ha altre fonti di introito”.

Il ragionamento non può che spostarsi anche su considerazioni sul business economico del ciclismo: “Alle squadre è stato imposto un modello corretto dal punto di vista concettuale, ma pericoloso. Anche aver sovraccaricato di costi le squadre, anche World Tour, con il team femminile e quello Development, ha amplificato alcuni problemi. Infatti non è un mistero che alcune squadre siano in difficoltà. Il concetto è giusto, bisognerebbe vedere quanto è sostenibile. Il fatto che ora una squadra ha questi obblighi, che ribadisco sono giusti concettualmente, mette una fatica notevole su chi le gestisce. E questo si traduce a una spaccatura netta di valori tra chi ha un budget importante e chi non può averlo. Questo significa che poi andiamo alle corse e vediamo che ci sono 5 o 6 squadre che comandano tutto e il resto a debita distanza”.

L’esempio finale non può che venire dal modello del Tour of the Alps, che nel 2026 festeggerà la decima edizione con il nuovo nome: “Quello che abbiamo fatto noi è un modello percorribile. Abbiamo fatto una scelta che privilegiasse la qualità dell’evento. Abbiamo fatto scelte tecniche di un certo tipo per dare all’evento una sua personalità. Non è detto che sia la forma magica per tutti, ma credo che lo sforzo dovrebbe essere questo: sapersi mettere in discussione. Un evento, per essere compiuto, deve avere una sua forma. Pensare che un evento ciclistico oggi sia la corsa e basta è sbagliato“.