Mi trovo nella seconda cappella del transetto sinistro nella basilica di San Domenico, a Siena, davanti alla pala della Santa Barbara tra Santa Caterina d’Alessandria e Santa Maria Maddalena e Angeli commissionata nel 1478 dalla Università dei fornai a Matteo di Giovanni (1430-1495): opus matei de senis mcccclxxviiii, si legge nella scritta che corre sul bordo inferiore del dipinto.

Oggi è una giornata grigia, il cielo è coperto da una compatta caligine lattea. Cade una pioggerellina che, insistente, fin dalla notte ha preso a bagnare i duecenteschi mattoni – da rosei, resi color biscotto – del venerando edificio ove si conservano le reliquie di Caterina di Iacopo Benincasa qui, nella chiesa che fu la sua e dove, tra altri memorabili eventi ed estatiche visioni, incontrò Cristo nelle vesti di un lacero pellegrino.

Non sorprenda di trovare in apertura d’una nota di critica d’arte una informazione meteorologica, sul ‘tempo che fa’, come si dice. Forse, anzi certamente, si riterrà la notizia ben più consona ad una pagina di diario quanto più suona, al contrario, eccedente ed inessenziale nell’ambito di una riflessione estetica su un dipinto. Non è forse evidente che la esegesi di un dipinto prescinde dal variare delle stagioni e non risente dei giorni grigi di pioggia, come è questo di oggi?

Ragioniamo. Si converrà che l’esegesi di una pittura, ovvero una sua descrizione e il commento che se ne trae, si fonda su una osservazione attenta, vorrò dire un esame accurato dell’opera in questione. Da due secoli, questo esercizio di preliminare ricognizione analitica d’una immagine ha trovato un valido appoggio nelle riproduzioni fotografiche che degli originali forniscono repliche universalmente accettate come fededegne. Cosa resta dell’opera originale nella sua riproduzione tecnica? Questione cruciale che, come è noto, ha appassionato Walter Benjamin e dalle sue perfette considerazioni in proposito non è consentito prescindere. La riproduzione fotografica tramuta un dipinto in una immagine fissa, lo congela, toglie l’aura nella quale la pittura nella sua autenticità è viva. L’aura, ovvero le sue reali coordinate di spazio, il suo ‘luogo’, la dimensione che fa la sua irripetibile fisicità.

Si consideri allora che Matteo in quell’anno 1489 ha concepito questa pala di santa Barbara per essere posta in questo medesimo spazio nel quale oggi, cinquecento cinquanta anni dopo, come un tempo Matteo, a mia volta mi trovo. Questo luogo, nelle sue misure date e nelle variazioni della sua luce, è parte integrante dell’opera di Matteo nella sua autenticità e va ritenuto una componente essenziale d’ogni osservazione attenta che se ne intenda fare.

Oggi, l’ho detto, è una giornata grigia così la cappella accoglie una luminosità pallida e velata. Luce appannata, ma non flebile. Ne trai un senso di nebbia leggerissima e ferma. In questa luce guardo Barbara assisa sul trono e Caterina alla sua destra (la ruota dentata del suo martirio giace ai suoi piedi) e Maria Maddalena alla sua sinistra, tiene nella mano l’ampolla degli unguenti profumati. E poi i due angeli che in volo poggiano la corona sui capelli biondi di Barbara e gli altri due, angeli musicanti con violino e mandola.

Mi avvedo che, nella penombra soffusa, non le figure singole prendono maggior rilievo, ma l’oro lucente del fondo e smagliante nel trapuntare la ricca veste candida di Barbara. Il dipinto si presenta nel concerto dei suoi colori, una armonia che ne sublima il registro disegnativo in frasi musicali. Nella mezza luce il tripudio dell’oro si mantiene entro i castoni che lo accolgono. Si concentra in sé medesimo e non balza, incontenibile, oltre la superficie dipinta offuscandone le tinte. Così frenata, la luce che dall’oro promana resta in congiunzione stretta con i colori che d’accosto la profilano senza che ne venga retrocessa, col sovrastarli, la valenza cromatica: li vivifica e non li schiaccia e, mentre vibra, legittima il ‘posato’, lo ‘stante’, dei rossi e dei verdi, il ‘peso’ del grigio piombo della torre di Barbara. La lamina d’oro si accende entro le tracce operate dai punzoni nel giro delle aureole ed hai allora scintille, minime saette, raggi di frecce ardenti.