In Jay Kelly, Jessica, il suo personaggio, vive a San Diego, insegna in una scuola dell’infanzia e conduce un’esistenza concreta, ordinata, lontana dalle derive di un padre che ha sempre messo il lavoro davanti a tutto. È una figlia cresciuta nella distanza, quella geografica e quella emotiva, una donna che ha imparato a fare i conti con gli anni non condivisi. Nel film è il punto fermo della storia: non appare ovunque, ma è lei a dare a Clooney il suo contrappeso, nel modo in cui ascolta, nel modo in cui non concede, nel modo in cui – senza mai alzare la voce – fa emergere ciò che è mancato. Jessica rappresenta il tempo che un padre non può più restituire, la parte adulta e silenziosa delle conseguenze. «Le mie scene sono state molto emotive, molto impegnative», racconta, «Anche se non si tratta della mia storia personale, come genitore (di una bambina, Tupelo Storm, nata nel 2022 attraverso surrogata, ndr), ma anche come figlia mi sono immedesimata in molti dialoghi, nei panni di entrambi i personaggi».

Riflettendo sul tempo che passa e sui legami che vale la pena proteggere, da madre cosa le sembra davvero importante?
«Penso che sia importante essere presenti il più possibile, ma anche concedersi un po’ di tregua. Sono una madre che lavora, quindi ci sono momenti in cui mi identifico con Jessica Kelly. Credo sia fondamentale ripensare a come consideriamo la maternità: c’è questa idea che ci si debba sacrificare completamente, ogni minuto della giornata. Ma non è un’opzione realistica per me, e credo non lo sia per molte madri lavoratrici. Bisogna fare del proprio meglio, sì, ma anche permettersi di respirare. Alla fine, credo che l’equilibrio si costruisca così: facendo spazio anche a sé stesse».

Nel film Noah Baumbach si chiede: «Quando è troppo tardi per cambiare il corso della nostra vita?» Quale sarebbe la sua risposta?
«Credo che non sia mai troppo tardi. Quando si è più grandi può sembrare scoraggiante, perché ci si porta dietro un passato, ma alla fine resta comunque una storia: qualcosa che può essere riscritto. È normale sentirsi più bloccati con l’età, avere la sensazione che certe strade siano ormai chiuse… ma non lo vedo così. Continuo a pensare che si possa sempre cambiare direzione. Non è mai troppo tardi per farlo».

Come riesce a trovare un equilibrio tra fama e autenticità?
«In realtà essere autentica è l’unica cosa che io conosca. Non sono mai stata davvero consapevole della fama per gran parte della mia vita, quindi non richiede un grande sforzo da parte mia. Mi piace poter vivere nel mondo, senza quel tipo di visibilità che isola o distorce la realtà. È qualcosa per cui sono profondamente grata».

Negli ultimi anni l’abbiamo vista in ruoli molto diversi tra loro. Cosa guida oggi le sue scelte artistiche?
«I registi sono fondamentali: direi che al primo posto ci sono loro, e al secondo i personaggi. Naturalmente, se ci fosse un ruolo per cui non mi sentissi adatta, non lo farei nemmeno per un grande regista. Ma in generale sì: prima i registi».

Con una storia familiare così importante alle spalle, qual è l’eredità più preziosa che sente di portare con sé?
«Penso l’amore. Nella mia famiglia ce n’è sempre stato molto, e ne sono profondamente grata. Sono cresciuta in un ambiente molto affettuoso. Non è qualcosa da dare per scontato, e io non lo faccio mai».

foto di Arthur Delloye