Tra il 1990 e il 2021, il numero di persone di età compresa fra i 15 e i 39 anni con DSA nel mondo è aumentato da 17,5 a oltre 24 milioni. Un incremento dovuto in parte alla crescita della popolazione e a diagnosi più accurate, ma che mette in luce una carenza evidente di supporti per gli adulti nello spettro autistico. Secondo uno studio pubblicato su Frontiers in Public Health e presentato al 50° congresso della Società Italiana di Psichiatria (SIP) a Bari, esiste una vera e propria crisi silenziosa dell’autismo in età adulta. Per anni l’autismo è stato associato ai bambini: le ricerche, le cure e l’attenzione pubblica si sono concentrate soprattutto sui più piccoli, lasciando quasi nell’ombra gli adulti. Eppure, chi nasce con un disturbo dello spettro autistico (DSA) cresce, diventa adulto e continua a convivere con le stesse difficoltà. Molti scoprono di essere autistici solo in età avanzata, spesso senza trovare risposte o supporti adeguati. Lo studio segnala un dato preoccupante: nella fascia 30-39 anni la disabilità legata all’autismo è aumentata del 56%.
Aumento dell’autismo in età adulta
Nel nostro Paese – si legge su La Stampa – si stima che circa l’1% della popolazione, cioè mezzo milione di persone, si trovi nello spettro autistico. Tuttavia, mancano dati precisi sugli adulti. Su oltre 1.200 centri di diagnosi e supporto attivi in Italia (dato marzo 2024), solo 648 seguono anche gli adulti: un numero insufficiente rispetto ai bisogni di inserimento lavorativo, vita indipendente e salute mentale. «Per decenni l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sull’autismo infantile. Si è studiato il disturbo nei giovanissimi, ma si è data scarsa attenzione al fatto che quei bambini diventano adulti, e che la condizione autistica li accompagna per tutta la vita», afferma il Professor Antonio Vita, Ordinario di Psichiatria all’Università di Brescia e presidente, eletto con Guido Di Sciascio, della Società Italiana di Psichiatria (SIP).
Il ruolo decisivo della precisione diagnostica
L’aumento dei casi è dovuto anche a una diagnostica più esatta, come sottolinea Vita: «L’aumento dell’autismo è un dato ormai consolidato grazie al fatto che oggi disponiamo di una maggiore consapevolezza e di strumenti diagnostici più precisi. Questo ci permette di riconoscere situazioni che in passato passavano inosservate, specialmente nei cosiddetti alti funzionamenti, cioè forme meno gravi, spesso mascherate da altre comorbidità come ansia, depressione o disturbi ossessivo-compulsivi. Molte persone, infatti, in un passato anche recente, venivano valutate per altri disturbi senza che si riconoscesse l’autismo sottostante».
Secondo picco: che cosa è e a che età si colloca
Si parla sempre più spesso di un «secondo picco» di difficoltà nelle persone autistiche adulte: con questa espressione si intende, come spiega Vita «una fase — spesso compresa tra i 20 e i 40 anni — in cui riemergono o si accentuano le difficoltà. Questo accade perché vengono meno i supporti scolastici o familiari, e le persona si confronta con nuove sfide: entrare nel mondo del lavoro, costruire relazioni affettive, vivere in modo indipendente. In questi contesti le difficoltà comunicative, relazionali o di adattamento diventano più evidenti e possono creare un disagio significativo».
Il lavoro rimane un problema
Ma in che modo il mondo del lavoro incide su queste difficoltà? «Le persone nello spettro possono incontrare difficoltà nella comunicazione con colleghi o superiori, nel gestire tempi e scadenze, o nel tollerare ambienti troppo stimolanti», chiarisce Vita, che inoltre sottolinea «Non si tratta di incapacità, ma di un diverso modo di percepire e interagire con la realtà. Tuttavia, in ambienti poco flessibili queste differenze possono trasformarsi in ostacoli, generando stress, ansia o burnout».
Un progetto che accompagna lungo tutta la vita
In questo contesto, parlare di «progetto di vita» per le persone nello spettro, assume un significato ben preciso. «Significa costruire percorsi individualizzati che tengano conto delle caratteristiche e dei bisogni della persona, ma anche del contesto in cui vive. Un progetto di vita non è solo assistenza: è definire obiettivi realistici e significativi, lavorando contemporaneamente sull’ambiente — familiare, sociale, lavorativo — per renderlo più accogliente e accessibile».
L’intervento principale, in tal senso «non è solo sul singolo, ma sul contesto. Creare ambienti capaci di comprendere e valorizzare la neurodiversità è la vera chiave per ridurre le difficoltà e permettere a ciascuno di esprimere le proprie potenzialità», conclude il Professor Vita.