La vittoria ad X Factor (era il 2014), due Festival di Sanremo, la grande notorietà e poi il buio. Vicissitudini personali (dolorose, come il lutto per la scomparsa del padre) e la depressione, mischiate a un percorso artistico per il quale aveva perso la bussola. Così Lorenzo Fragola ha deciso di fermarsi, compiendo una scelta coraggiosa soprattutto ai giorni d’oggi. Si è ritrovato grazie a un profondo viaggio dentro se stesso e a un altro, quello in Senegal, che in qualche modo lo ha cambiato. E adesso, più consapevole, maturo e soprattutto in equilibrio, è tornato con una ballad struggente e al tempo stesso essenziale dal titolo “Storte”, apripista di un progetto più grande in cui le imperfezioni diventano un valore aggiunto.
Eri lontano dalle scene da un po’, sei tornato con un potente monologo a Le Iene.
“Quella è stata una bella botta di visibilità che ha fatto arrivare il mio racconto molto rapidamente. Ho detto: ‘Questa è la mia storia e non credo che sia più importante di altre, ma provo a raccontarla’”.
E come mai attraverso un canale, quello televisivo, differente dal tuo musicale?
“Per me è stata un’opportunità che ho colto con entusiasmo e poca paura. Ho scritto il monologo, ci ho lavorato con gli autori del programma. Ovviamente mi sono preparato, era effettivamente un ruolo diverso dal mio”.
Hai parlato di ‘battere il ferro finché è caldo’, anche quando magari avresti bisogno di fermarti. Quanto ha pesato nella tua carriera?
“Sicuramente l’industria musicale contribuisce a dare questo senso di ‘devo esserci per non scomparire’ però è una cosa che per osmosi fai tua. Questa cosa nel tempo diventa più grande e quando hai anche un crollo personale che coincide con lo stress lavorativo, allora una delle due devi metterla da parte. C’è chi riesce a mettere da parte la vita personale e concentrarsi sul lavoro e c’è chi, invece, deve mettere in pausa il lavoro (come ha fatto lui, ndr)”.
In quegli anni di pausa hai anche viaggiato. C’è una meta che porti nel cuore?
Il Senegal, perché non è tradizionalmente turistica. Ero arrivato fisicamente al limite, avevo 20 chili in più, non mi sentivo bene, venivo da un periodo in cui ero molto chiuso in me stesso. Avevo già fatto un lavoro per migliorare la situazione ma la vera liberazione è stata quel viaggio.
Cosa ti ha fatto scattare quel ‘click’?
“Credo il fatto che ho visto realtà veramente molto diverse dalla nostra concezione. Potremmo dire povere, ma secondo me sono molto ricche. Lì capisci che le cose necessarie sono totalmente differenti, in qualche modo ti danno uno schiaffo morale. E ogni tanto fa bene, così ti ricolleghi alla realtà delle cose. Sono tornato nel mondo reale, questo è stato il mio caso ovviamente. A molti non basta, a me sì, quell’energia positiva l’ho riportata con me”.
C’è un’esperienza che ti ha colpito in particolar modo?
“Abbiamo visitato dei villaggi animisti, ovvero dove le popolazioni credono negli spiriti. C’erano dei bambini piccoli che quando hanno visto noi bianchi, si sono spaventati. Per loro eravamo dei fantasmi. Quello mi ha fatto pensare che basta cambiare il contesto in cui ti trovi e lo straniero sei tu. Quello che è ‘normale’ lo definisce solo il tuo sguardo e nient’altro. Dovremmo metterci di più negli sguardi degli altri. E poi la natura fa la differenza”.
Ovvero?
“Io amo la tecnologia, i videogiochi, sono un piccolo nerd quindi non la demonizzo, però è chiaro che abbiamo perso un contatto quotidiano con la natura”.
I social, invece, non fanno per te. Vero?
“Non è il mio linguaggio, non mi appartiene. A me piace parlare, fermarmi, contraddirmi, ripetere. Però ogni tanto anche dai social esce qualcosa di positivo”.
Che rapporto hai con la notorietà? Hai avuto dei picchi importanti di successo.
“Sicuramente non è stato facile gestirla, ma all’inizio. In generale ho sempre avuto un rapporto molto sano, credo sia una conseguenza del mio lavoro ecco. Se qualcuno mi riconosce, mi fa piacere. Se qualcuno non mi riconosce, va bene lo stesso”.
Se guardi al futuro cosa vedi?
“Sicuramente un disco, non so quando verrà pubblicato ma sono a buon punto. Si tratta ora di fare le scelte per comunicarlo, il corpo dell’album c’è e già da un po’. Ci sarà un po’ di tutto, ma sicuramente non ci saranno cose che una volta avrei messo per mascherare le imperfezioni. A oggi io le imperfezioni voglio farle sentire, ho accettato i miei limiti e mi va bene così. Questo disco racconterà un processo di accettazione e maturità”.
Il tuo ultimo brano – Storte – in realtà era pensato per una voce femminile, poi come si è evoluto?
“Stavo lavorando con Mameli (cantautore ex Amici, ndr) e ci siamo ispirati ad alcune voci femminili, ma non a una in particolare. Poi cantandola mi son detto: ‘E se invece diventasse il mio prossimo singolo?’. L’ho proposto alla Sony e pensavo che mi avrebbero riso in faccia”.
Perché?
“Quando riparti dopo un periodo di pausa, si tende a scegliere un brano d’impatto e meno intimo. Ma semplicemente perché ha più potenza, invece devo dire che la casa discografica ha capito l’obiettivo del brano che era quello di togliere orpelli e cose che non servivano. Quindi l’ho pubblicato, senza neanche tanta promozione”.
Sei soddisfatto del risultato?
“Sì molto. Io volevo che nella dinamica del pezzo, a livello di suono, ci fossero pochi elementi di contorno. Abbiamo fatto un lavoro di dettagli piccoli, per amplificare quello che c’era: piano e voce”.
Canti “Ho dato tanto e si è fatto tardi”. É autobiografica?
“Ad essere sincero credo di aver più ricevuto che dato. Io sono una persona che, in amore, chiede tanto. Quando l’ho scritta, ho pensato a quello che probabilmente mi avrebbe detto una donna. Forse sono io quello a cui si dice ‘ho dato tanto e ti sei svegliato tardi’. Quindi ho cercato di spiegare in che modo mi sarebbe piaciuto che finisse una relazione, della serie: siamo stanchi, è finita e accettiamolo”.
Credi sia possibile veramente accettarlo facilmente e andare avanti?
“Se me lo avessi chiesto anni fa ti avrei detto di no; quando sei giovane esasperi tutto. C’è poca razionalità e dai tutto di te stesso. Crescendo, invece, capisci che in qualche modo devi avere il tuo spazio perché è sano”.
Facciamo un passo indietro. Al liceo cominci a esibirti. L’interesse per la musica è nato lì o esisteva già da prima?
“Da piccolissimo amavo il pianoforte. Credo sia una di quelle cose su cui magari qualche input ha influito, ma di base c’è un’inclinazione naturale. Per me è sempre stato un modo per ascoltare anche me stesso. Con la musica ho capito delle cose di me”.
Cosa di preciso?
“La musica ti obbliga a essere coraggioso, anche nelle piccole cose. Non devi essere per forza un musicista o un cantante di professione. Penso banalmente a un karaoke: c’è sempre una parte di coraggio che la musica ti tira fuori. Anche scrivere una canzone è un atto coraggioso, devi credere in te stesso per farlo”.
Fare musica in televisione è ancora più coraggioso? Per esempio nel tuo caso con X Factor, dove la prima volta non è andata e l’anno successivo hai addirittura vinto.
“La prima volta non mi ero proprio piaciuto io, mi sono fatto prendere troppo dall’emozione. Poi ci sono tornato ed è stato tutto diverso. Non credo però che sia coraggioso andare in tv, lo è semplicemente mettersi in gioco uscendo dalla comfort zone. Sicuramente a livello di media tradizionali quella del talent rimane una delle poche opportunità ancora valide”.
Che ricordo hai di quell’esperienza lì?
“Quando passano tanti anni, ti tieni i ricordi che in qualche modo ti servono. Mi rendo conto che è stata l’opportunità della mia vita, me l’ha cambiata completamente. Per me è stata una figata, sono molto grato. Poi ovviamente ci sono delle criticità, soprattutto nel tutelare i ragazzi molto giovani, nel fornire loro gli strumenti giusti per affrontare quello che viene dopo. Si abituano i ragazzi a un contesto di iper-cura dei dettagli”.
E invece Sanremo?
“La botta di popolarità che ti dà il Festival non ha eguali. Ero giovanissimo, con il senno di poi avrei potuto fare meglio delle cose, ma io sono anche ipercritico con me stesso. Da un certo punto di vista l’Ariston mi ha dato tutto, per una persona che magari non ascolta tanta musica tu rimani sempre ‘quello che ha fatto Sanremo’. Sanremo è un grande traguardo che rimane e in qualche modo ti definisce”.
Quest’anno ci hai provato e non è andata?
“Sì, avevo presentato un brano e non lo hanno scelto, ma va bene. Non ho alcun rancore, magari non era questo il momento giusto. Il mio nuovo racconto è iniziato molto di recente”.
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