Quel lutto, la perdita della mamma, che lo colpì quando aveva solo nove anni, rimane ancora oggi una ferita mai rimarginata. Silvio Orlando, che riporta in scena, al Teatro Quirino di Roma, La vita davanti a sé, dal romanzo omonimo di Romain Gary, spiega al Corriere: «La sua morte, ovviamente, è stato uno choc in quel momento, ma il sentimento della perdita non ti abbandona mai, è un pensiero che ti lavora dentro per sempre, anche col passare degli anni e adesso, che posso definirmi ormai un anziano, il ricordo di quel dolore riemerge più prepotentemente. Certo, bisogna continuare a vivere, ma quel vuoto non si riempie mai».
Ma è da lì che nasce quella sensibilità che Silvio Orlando riconosce come parte di se stesso: «Non solo comico, posso affermare che in me c’è anche il lato melanconico e, dalla mia insicurezza, si è affermata la mia forza».
Orlando ha cominciato ad amare la recitazione fin da bambino, alle elementari: «Ottenni il mio primo successo impersonando Pinocchio nelle recite scolastiche. La maestra ne fu talmente soddisfatta, che poi volle farmi interpretare addirittura il Marcantonio di Shakespeare. Io non sapevo assolutamente nulla del personaggio e la mia recita fu un flop nella vergogna generale e nella contentezza di quei compagni invidiosi del mio precedente successo: era come la caduta degli dei».
La consapevolezza arriverà più tardi: «Ho capito che questa era la mia strada qualche tempo dopo, quando a Napoli, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, con un gruppo di amici facevamo teatro a modo nostro nelle cantine».
La vita davanti a sé, per lui, è lo spettacolo della sua maturità. La storia di Momò, spiega Orlando, non solo lo riguarda da vicino, ma oggi è più attuale che mai: «Un bambino arabo, orfano di madre, che viene cresciuto e amato da un’ebrea, la ex prostituta Madame Rosa, reduce dai campi di concentramento. Una storia che, pur essendo stata scritta molti anni fa, è di forte attualità e dovrebbe far riflettere molto sull’oggi».
Lo definisce «un inno alla convivenza pacifica tra i popoli… Per tale motivo, continuo da quattro anni a riprenderne la messinscena: è una sorta di long seller, che sopravvive alle stagioni come un classico del repertorio teatrale. Quando Madame Rosa muore, Momò le rende omaggio celebrando il suo funerale. Senza presunzioni ideologiche, l’autore esalta l’aspetto emotivo del rapporto tra un figlio, sia pure adottivo, e una madre».
Orlando si trasforma con naturalezza nel piccolo Momò e restituisce tutta l’innocenza e la fantasia di quel bambino nel suo dramma. «È un racconto intimo che riguarda tutti: il cuore è il rapporto con la madre, quel vuoto che nessuno di noi riempie mai. È un testo che mi ha preso e commosso anche per via della mia storia personale, ma anche chi vede la sua mamma campare cent’anni il giorno in cui lei se ne va avrà sempre qualcosa che non era riuscito ancora a dirle. Siamo tutti Momò, il bambino protagonista», come aveva spiegato a Repubblica.
Al centro della storia emerge il diritto dell’essere umano all’amore materno. «Se la mia mamma fosse sopravvissuta, chissà se avrei fatto l’attore».