A Napoli la pittura di Caravaggio ha raggiunto vertici di drammaticità mai toccati a Roma, dove la cifra classica era invece predominante, e qui è entrata in gioco, in molti dei suoi dipinti, a cominciare da Le sette opere di Misericordia e dalla Madonna del Rosario, una grande coralità di personaggi, che immaginiamo derivi dal contesto – dai dedali di una città molto popolare – ma anche dalle richieste dei committenti e, forse, da una sua maturazione interiore». Diciotto mesi in totale: un primo soggiorno tra l’ottobre del 1606 e il giugno del 1607, con la realizzazione di alcuni dei suoi più grandi quadri; un secondo, nell’ottobre del 1609, fino all’estate successiva. Maria Cristina Terzaghi insegna Storia dell’arte moderna all’università Roma Tre: è una delle massime esperte mondiali di Caravaggio e del Seicento, con ricerche focalizzate sul Barocco romano, Caravaggio e i suoi seguaci, e la pittura lombarda del Seicento. Un suo saggio, proprio sul periodo napoletano dell’artista, impreziosisce il volume “Caravaggio a Napoli. Percorsi nell’arte”, in regalo sabato 20 dicembre con Repubblica. Il volume sarà presentato giovedì (ore 11) alle Gallerie d’Italia.

Professoressa, come definirebbe il rapporto di Caravaggio con questa città?

«Non v’è dubbio che Napoli abbia adorato Caravaggio. Accogliendolo a braccia aperte, con proposte e committenze eccezionali e, in generale, con una predisposizione particolarmente recettiva alla sua figura. Uno dei suoi primi biografi racconta infatti che nella capitale del Viceregno “trovò subito impiego, essendovi già conosciuta la maniera e il suo nome”. Altra prova di un rapporto privilegiato è la diffusione della sua lezione figurativa attraverso l’intero Seicento napoletano, l’impatto incisivo sulla Scuola napoletana e nella costituzione della poetica del naturalismo partenopeo. A Roma, invece, la sua prospettiva anticonvenzionale si disperse nell’arco di un ventennio. Infine, a Napoli Caravaggio ha intessuto grandi amicizie con i pittori, molto più a Roma, dove prevalsero le inimicizie».

E oggi Napoli che rapporto ha con Caravaggio?

«Straordinario, come dimostra una lunga stagione di grandi mostre, accompagnate da grande successo di pubblico. Nel 1985 Capodimonte ospitò una fondamentale mostra, intitolata “Caravaggio e il suo tempo”, poi trasferita negli Usa. Nel 2004 Nicola Spinosa curò una mostra focalizzata sugli anni cruciali e meno noti della vita del pittore trascorsi a Napoli, Malta e in Sicilia. Nel 2019 io stessa ho curato, con Sylvain Bellenger, una mostra che esplorasse le ricadute della sua pittura sul contesto pittorico napoletano, mostrando gli artisti con cui strinse rapporti».

Capodimonte ha poi ospitato, nei mesi scorsi, l’Ecce Homo: può essere che non abbiamo finito di scoprire Caravaggio?

«Quella scoperta importante, frutto di un ritrovamento a Madrid e di una nuova attribuzione dopo un restauro di un capolavoro dipinto a Napoli, ma portato in Spagna dal viceré, il conte di Castrillo già nel 1657, dimostra come ancora oggi si possano trovare dipinti di Caravaggio autografi. Ha aperto una nuova strada».

In sintesi, professoressa: perché Caravaggio resta così attuale?

«Intanto, è un dato di fatto che lo sia: le sue mostre muovono centinaia di migliaia di visitatori, a differenza di quelle di altri artisti, in particolare della sua generazione. Si è a lungo pensato che fosse una questione di marketing: un fenomeno legato alla celebrità del personaggio, spesso enfatizzata. In realtà credo che il successo contemporaneo di Caravaggio sia la conseguenza di un’estetica e di una proposta figurativa che noi, uomini del 2025, avvertiamo oggi come profondamente attuale. Ed è interessante notare come anche gli stessi contemporanei di Caravaggio percepissero il suo stile come moderno, meravigliosamente adatto a essere seguito dai giovani. Il segreto è nell’atemporalità del suo messaggio, che è vero e umano: due categorie che non tramontano nel tempo. E poi c’è un’altra cosa…».

Cosa?

«Caravaggio immortala istanti, dimostrando che la storia può essere raccontata anche solo dall’acme emotivo di una vicenda. Questo è un approccio molto moderno: direi, assolutamente cinematografico. Rendendo eterno l’istante che si racconta è qualcosa che, in fondo, lo accomuna all’uomo contemporaneo, e spiega il suo straordinario successo oggi».