Chi entra papa esce cardinale. L’adagio tagliato sulle sacre stanze vaticane si adatta perfettamente al conclave brussellese. L’ accordo siglato nella notte tra giovedì e venerdì ha ribaltato una partita che sembrava chiusa. E così il finanziamento all’Ucraina nei tempi e nelle cifre promesse da Bruxelles c’è: 90 miliardi in due anni per le necessità militari e civili. Kiev, secondo stime Fmi, ha bisogno 70 miliardi l’anno. Per i fondi mancanti, la Commissione – che ha avanzato la proposta legislativa che poi i leader e Ue devono approvare – rimanda al G7 (senza gli Usa). In tempi strettissimi, perché senza soldi freschi da aprile in poi l’Ucraina non si tiene in piedi. E la modalità preferita era quella di punire Mosca facendola pagare, in modo da dare un segnale a Trump e Putin che vogliono scrivere loro il trattato di pace, meglio se lontano da Bruxelles.

PERÒ NON CI SIAMO. Il prestito da 90 miliardi all’Ucraina sarà trovato tramite l’opzione del debito congiunto, garantito dal bilancio comune europeo, da cui però si tirano fuori tre paesi: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Eppure tutta la giornata del Consiglio europeo pareva portare gli europei convergere sul «prestito di riparazione» basato sugli asset russi immobilizzati. Il premier polacco Tusk, il cancelliere tedesco Merz e la presidenza di turno danese, gli alleati frugali e anche il presidente ucraino Zelensky avevano decretato: l’impiego degli asset è l’opzione realistica, quella su cui si può votare a maggioranza aggirando il veto di Orban e le resistenze del Belgio, dove la società Euroclear custodisce 185 dei 210 miliardi di euro beni del Cremlino. Quello del prestito congiunto era solo il piano B. Ma data la contrarietà di Germania e alleati, e l’esigenza di raggiungere l’unanimità, rimaneva un’opzione di serie B.

COME È SUCCESSO che l’ipotesi scartata è passata ad essere la prescelta? Per capirlo bisogna riavvolgere il nastro del Consiglio. E puntare i fari sul Belgio, che non ha mai ceduto rispetto alla richiesta di garanzie legali certe e condivisione degli oneri senza limiti da parte di tutti gli altri i paesi Ue. La pressione massima esercitata sul governo De Wever dai pro-asset – cioè la maggioranza dei paesi Ue più la Commissione – non ha sortito gli effetti desiderati. Così nella serata di giovedì si è tentato di blandire il Belgio, dopo averlo bastonato, mettendo nero su bianco le sue richieste nel testo delle conclusioni del Consiglio.

A QUESTO PUNTO sono maturate le condizioni del ribaltone, consumato fra le 2 e le 3 del mattino. Le richieste del Belgio inserite nella bozza finale sono state giudicate da diversi leader troppo onerose in termini di costi, e perfino difficile da comprendere nei loro tecnicismi. L’estenuante stallo si è sbloccato quanto il premier ungherese Viktor Orban ha avanzato una proposta a sorpresa: Budapest e i suoi alleati, Bratislava e Praga, possono dare via libera all’opzione debito congiunto, che necessita l’unanimità, purché sia concesso loro l’opt-out, ovvero di non partecipare al finanziamento per Kiev. Il piano orbaniano si è saldato con i contrari all’uso degli asset, come Bulgaria e Malta. E ancora di più con le scettiche e ben più pesanti Italia e Francia, che avevano già lavorato di squadra e segnato un punto a loro favore nel rimandare a gennaio la firma dell’accordo di libero scambio con i paesi del Sudamerica, il Mercosur.

FORMALMENTE IL RICORSO ai beni di Putin non è sparito, ma solo tenuto in caldo per l’eventuale fine della guerra, anche perché gli asset rimangono immobilizzati sine die, dato che le sanzioni contro Mosca non dovranno più rinnovarsi di sei mesi in sei mesi. A denti stretti, il cancelliere Merz e la presidente della Commissione von der Leyen si dicono soddisfatti, e anche Zelensky ringrazia. La sostanza però è che devono accettare tre spiacevoli verità. La prima è che non sono riusciti a convincere il governo di un paese piccolo e politicamente marginale come il Belgio, forse anche perché ne hanno sottovalutato la tenacia. La seconda è che il populista e filoputiniano Orban, bestia nera dell’Ue, ha elaborato una perfetta manovra di palazzo, da politico consumato qual è, e può perfino rivendicare di fronte al proprio elettorato di essere stato esentato dal supportare Kiev.

E POI IL LEADER magiaro ha giocato di sponda con il belga De Wever – nazionalista, populista e di estrema destra – ma anche con l’amica presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Fin dalla serata di giovedì si era capito che l’Italia non aveva perso le speranze che l’opzione asset naufragasse. E a sua volta, proprio Roma ha fornito un’utile copertura alla riluttanza del presidente francese Macron. Questa è questa la terza spiacevole verità per Merz e von der Leyen: la formazione di un asse Roma-Parigi, saldatosi sul mutuo soccorso contro il Mercosur a trazione tedesca, rinsaldatosi per la sofferenza dell’Eliseo all’idea di tagliare i ponti con il Cremlino. Ma se si tratta di una convergenza momentanea o nuova alleanza di potere in Europa, in alternativa alla Germania, è ancora tutto da capire.