Natale a casa in un’Italia di qualche anno fa tra decorazioni e parcheggi.
Esistevano due Italie, una che aveva acquistato l’albero di Natale al mercato, con la zolla, le radici, l’odore di resina, e un’altra che si era già abbandonata alla plastica di un abete verde smeraldo, traballante sul suo treppiede, prontamente rivestito di una sciarpa marrone per simulare la terra. A distanza di cinquanta chilometri, nel tragitto da Lugo di Romagna a Bologna, negli anni ’60 dell’infanzia, le ho viste entrambe queste Italie, una contadina, che aveva costruito la nuova casa di fronte alla vecchia cascina, e c’era il marmo al posto del cotto, e l’altra che viveva in un condominio in zona Porta Saragozza, primo piano, e già allora parcheggiare era un problema, una prova iniziatica, un colpo di fortuna insperato.

Un’intera famiglia impegnata a fare shopping, nel periodo natalizio. Milano (Italia), 1979. (Foto di Adriano Alecchi/Mondadori tramite Getty Images)Mondadori Portfolio/Getty Images
La domanda con cui si veniva accolti sulla porta, con una valigia in mano e le cibarie dalla campagna nell’altra, era: “Avete trovato parcheggio?”. Sì, lo avevamo trovato. In campagna invece, dai nonni paterni, la macchina, allora solo FIAT nell’autarchia orgogliosa del boom, aveva a disposizione un’aia, e il ricordo dell’arrivo e della partenza è associato al rumore di pneumatici sulla ghiaia di quello spazio, per me allora enorme. Arrivavamo a Lugo il pomeriggio della Vigilia, e l’albero era ancora nudo, perché spettava all’eleganza di mia madre, in tailleur, vestirlo con noi bambini. Per quel Natale a casa abbondanza di tutto, capelli d’angelo a profusione e gran finale con la punta, rossa e porporina oro, che l’anno prima era caduta e aveva l’attacco, quasi a baionetta, scheggiato. Proibito ai bambini toccarla.