Fabrizia Paternò è la prima sovrintendente donna del Pio Monte della Misericordia, che custodisce uno dei capolavori di Caravaggio, la tela delle Sette opere di Misericordia. «Molto più di un’opera d’arte: questo Caravaggio è stato concepito come il manifesto del Pio Monte. È l’immagine della nostra azione sociale, che dura da 400 anni. Il Pio Monte è stato fondato nel 1602 e quest’opera ne incarna lo spirito originario: l’idea di una comunità che si prende cura dell’umanità fragile».
Un’opera profondamente legata al luogo che la ospita.
«La sua unicità sta proprio in questo: è nata per stare nella chiesa del Pio Monte. È nata in questi vicoli ed è rimasta qui. I committenti furono i fondatori – Sersale, Manzo e d’Alessandro – tramite i Colonna. Vollero il Merisi, ma anche Battistello Caracciolo, però l’unica opera pagata ben 400 ducati fu quella di Caravaggio».
Ne fu vietata l’alienazione.
«Tutte le altre opere della quadreria erano oggetto di donazioni: venivano donate per essere vendute, così da aiutare i bisognosi. Questo Caravaggio, invece, non poteva essere venduto. Era intoccabile, perché rappresentava l’identità stessa del Pio Monte».
Oggi la quadreria è aperta al pubblico e continua a sostenere l’attività assistenziale.
«Dal 1972 la quadreria è visitabile e tutti gli introiti vanno alle opere di assistenza. Non vendiamo più opere dalla fine dell’800, ma abbiamo oltre 300 immobili e circa 100 mila visitatori l’anno: entrate fondamentali per i nostri progetti sociali».
Lei è la prima donna a ricoprire il ruolo di sovrintendente.
«Il governo è composto da sette membri, inclusa me. Ogni 15 giorni ci riuniamo, ma prima c’è sempre la messa. E la celebriamo proprio davanti a questo quadro. È un momento di riflessione e anche un monito: prima di prendere decisioni importanti ci fermiamo a guardare quest’immagine di umanità che si aiuta. Qui vediamo soprattutto la misericordia dell’uomo, più ancora di quella di Dio».
Che tipo di forza espressiva ha questa tela rispetto ad altre opere di Caravaggio?
«Ha una forza narrativa straordinaria. Molte opere di Caravaggio sono come dei flash, dei fermo immagine potentissimi. Qui invece c’è il racconto della compassione».
Il museo, però, non vuole essere “come gli altri”.
«Esatto. Vogliamo far capire a chi entra che non si trova in un museo tradizionale. Tutto deve parlare della nostra opera. Per esempio, portiamo avanti Scintillarte, un progetto di formazione per persone con disabilità che diventano guide museali. Abbiamo avviato Affido Culturale, affiancando famiglie in povertà educativa a famiglie che frequentano abitualmente i luoghi della cultura. Così, per molti bambini e genitori, la visita al museo diventa un’esperienza possibile. Collaboriamo poi con associazioni del territorio per percorsi dedicati alle scuole, alle persone con disabilità cognitiva, progetti per i caregiver e uno con le Lazzarelle, le detenute del carcere di Secondigliano».
Anche il patrimonio immobiliare è al servizio della misericordia.
«Molti nostri immobili ospitano progetti fondamentali: la Casa di Matteo, che accoglie bambini terminali; la Casa di Tonia, dove lavorano anche le Lazzarelle con il catering. L’obiettivo è dare strumenti per uscire dalla fragilità. Non basta elargire contributi economici: la chiave è fare rete».
Il turismo come si inserisce in questo quadro?
«Avvertiamo la pressione del turismo, ma in genere è un turismo colto, consapevole».