BOLZANO. «Il primo ricordo di scuola? Le mie compagne che mi chiedevano: ma perché ti vesti così?». Il così era un Dirndl. Gonna, fiori, ricami. Solo che Chelita Riojas Zuckermann lo indossava a Città del Messico. Ecco il perché dello stupore. Lì il massimo dell’etnico è il sombrero. «È che mia mamma aveva fatto la scuola tedesca. Con mio nonno che era nato a Budapest e la nonna a Vienna». Il papà di ascendenze spagnole. L’Europa e la Mitteleuropa tra lo Yucatán e il Rio Grande. Ora vive a Bolzano («mi sono trasferita per amore», dice ancora dopo vent’anni di matrimonio lampo) e ammette di aver ritessuto il filo con la sua infanzia: «Adesso il dirndl l’ho rimesso. E nessuno si stupisce». Dal Messico all’Alto Adige è quasi un giorno tra aereo e tutto il resto, ma lei è qui e laggiù ogni giorno, non recide legami, ma prova a tenere insieme tutto e il suo contrario. Ad esempio, il suo lavoro di prima – architetta – e quello di adesso, scultrice. Ma a suo modo: metalli lucidi e animali che prendono la luce dal corten e dall’inox e pare si muovano come in natura. Espone ovunque. Da Unika, in Gardena tra la contemporaneità alpina, e la Sardegna, passando per i musei di qua e di la dall’Atlantico.
Cioè, lei un giorno ha deciso di scolpire animali in metallo?
Meglio: una notte. È di notte che mi vengono le idee. Anche questa.
Sculture diverse da tutte. Perché?
Allora, innanzitutto sono vuote. Lo sono dentro.
Come mai?
Una eredità dell’architettura. Per anni ho fatto la progettista e ristrutturato ville e palazzi ad Acapulco. Se si progettano, si progettano ovviamente vuoti dentro.
E quel metallo?
Altra eredità. È la base dei progetti. Ma a me piaceva lucido non di per sé, ma per la sua capacità riflettente. L’inox fa vibrare le cose e quella tecnica permette agli animali di muoversi in apparenza come se fossero vivi.
A proposito, perché gli animali?
Papà è un cacciatore. Caccia grossa, intendo. Da piccola, una volta, mi ha portato con lui in Africa, Tanzania. Laggiù li ho visti, gli animali. Non li ho più dimenticati.
E la mamma?
Ci ha dato la disciplina. Veniva dalla scuola tedesca. Mi è servito.
Anche per vivere qui?
Era come se fossi stata già educata al clima altoatesino. In Messico siamo come a Napoli, i contatti sono diretti, non ci sono barriere, molto calore anche da subito, senza conoscersi. Bolzano mi ricorda la Svizzera, dove sono stata in collegio per anni da ragazza.
Ha girato il mondo insomma?
Beh, sono stata molto in Messico a dire la verità.
Differenze con la sua vita ieri e ora?
Tutto più sereno. A Città del Messico certi quartieri sono blindati. Qui no, la giornata scorre facilmente.
A Bolzano per amore?
Ho conosciuto il mio attuale marito Stefano Vanzo ad Acapulco. Era il 2004. L’anno dopo ci eravamo già sposati. All’inizio lui andava e veniva e io stavo in Messico. Ma era una fatica. E una spesa. Mi ha detto: vieni tu?
Ci è venuta?
All’inizio doveva essere una prova. Stacci un po’, mi sono detta e poi decidi. Mi sono decisa.Da architetta a scultrice.
Come accade?
Che senza lavorare muoio.
Poteva farne un altro?
Me l’aveva proposto Stefano. Vieni a lavorare con me, mi ha detto. E io: ma devo metterci sono le mani o anche la testa?
E lui?
Tranquilla, mi ha risposto, la testa la metto io. E invece no, la testa è mia e ce la metto io. Ho trovato qualcosa di molto vicino all’architettura, la mia vita di prima. Dal progetto di case a quello di opere.
Cambia molto?
Mah, il processo creativo è più o meno quello. Serve creare qualcosa che non esisteva e farlo usando gli strumenti del mestiere.
In famiglia che cosa dicono?
Ci mancherebbe che si mettessero a discutere di arte.
Resistenze, allora, per il trasferimento a Bolzano?
Avevo già un matrimonio alle spalle e tre figli. Quando ho deciso, avevano sette, nove e dieci anni. Abbiamo deciso insieme. Ora sono sereni. Anche perché la mia famiglia messicana ci è molto vicina.
Dove pensa alla opere?
Spesso al computer. Le scompongo e le ricompongo. Poi c’è chi piega il metallo e lo salda. Vedo che stupiscono a volte, la gente non è abituata a vedere un metallo e degli animali che cambiano così con la luce.P.CA.