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Non si avevano notizie di Paolo, vedetta antincendio di 65 anni impegnata nelle campagne dell’Iglesiente in Sardegna, da quattro giorni. Il suo corpo, senza vita, è stato trovato dai colleghi qualche giorno dopo nella sua casa, dove viveva da solo.
A Noto, in Sicilia, invece, il corpo di un uomo di 46 anni è stato trovato mummificato. Il decesso è stato datato un mese prima e nessuno si sarebbe accorto della sua morte. Sono i drammi di chi muore solo, ossia persone senza parenti o amici che vivono in solitudine.
Le cronache sono ricche di episodi di questo tipo. Come la vicenda, capitata qualche anno fa a Valencia, dove il corpo di un uomo è stato trovato mummificato dodici anni dopo la morte. Nessuno si è accorto di nulla per tutto il tempo perché la pensione arrivava sul conto così come venivano pagate con domiciliazione le utenze. Un allagamento ha spinto l’amministratore del condominio a chiedere l’intervento della forza pubblica per aprire la porta e scoprire poi il cadavere dell’uomo. A Trento, nel 2010, era stato trovato il corpo di un uomo mummificato solo perché era crollato il tetto della casa ed era stato necessario intervenire con un sopralluogo. L’uomo era morto da quasi vent’anni.
Drammi che non si registrano solamente in Italia ma anche negli altri Paesi dell’Unione europea e che, ora, si registrano sia nelle grandi città, sia nei piccoli centri.
Fernando Nonnis, antropologo e presidente di Soccorso Iglesias, associazione di protezione civile con missioni nelle aree terremotate e colpite da alluvioni, oltre che impegnata in attività quotidiane nella sua città, parla di effetti di un cambiamento sociale diffuso. «Il fatto vero è che viviamo in una società che genera solitudine dove ogni giorno si produce paura e diffidenza – dice -. In passato il vicinato, e questo accadeva sia nei piccoli centri sia nelle città più grandi, c’era una sorta di assistenza o sostegno verso le persone anziane o chi viveva solo». Poi lo scenario è mutato. «Con la questione della privacy tutto è mutato – aggiunge -. Succede, per esempio, che chi abita in un palazzo, proprio in virtù di questa esigenza di riservatezza, non conosca chi vive, se non sullo stesso pianerottolo, al piano di sopra o a quello di sotto». Un fenomeno che dalle grandi città si è diffuso anche nei piccoli centri. «Il vecchio soccorso di vicinato, ormai, non esiste più – aggiunge – e con le persone che vivono accanto è più facile che si litighi che non ci si aiuti». Proprio per questo motivo, dalle associazioni di volontariato, partono iniziative volte a dare risposte e sostenere gli anziani. «Noi portiamo avanti un’iniziativa sperimentale con il telesoccorso – aggiunge -, attraverso una convenzione dedicata, dotiamo gli anziani di strumenti di collegamento in grado di dirci se la persona è in piedi, è caduta, sta dormendo o sta male». Non solo, all’aspetto “tecnologico” si aggiunge quello umano. «Una delle attività che si portano avanti – prosegue – riguarda la telefonata. Possono essercene due al giorno, oppure una solo la domenica. I volontari del servizio civile si occupano di questo aspetto e animano il servizio». Da qui anche l’appello ai Comuni affinché sostengano queste iniziative. «Attraverso questi strumenti – prosegue – si riesce a garantire un servizio e si permette alle persone di una certa età di continuare ad avere la propria indipendenza».
