Questa intervista risale a un paio di anni fa, non l’avevo mai pubblicata. Era rimasta lì e ogni tanto ne prendevo idee. Mi è tornata in mente ragionando sull’azienda attuale, dopo averne scritto sulle ultime vicissitudini. Ci ho trovato spunti che penso saranno interessanti per i lettori di Cyclinside (GPR).
Vai a intervistare Valentino Campagnolo e ti aspetti una chiacchierata tecnica, al limite di storia che, col bagaglio che ha la sua azienda, ci starebbe tutta e sarebbe piacevole. In realtà, mi rendo conto, ne ho già scritto di storia Campagnolo, devo pensare ad altro. Ho un quaderno di appunti nello zaino, fuori c’è un sole che invoglierebbe ad andare in bicicletta anche a dispetto del calendario che fa il piazzale tra la sala mensa e gli uffici in legno antico decisamente gelido.
Quella prima volta, alcune pagine fa
Penso alla tensione della prima intervista, ormai sono passati diversi anni, avevamo sicuramente tutti e due capelli bianchi in meno, si ragionava a 10 velocità, ora siamo a tre in più. Quella volta avevo preparato le domande con cura, d’altra parte mi avevano avvisato: “fai domande sbagliate e lui si alza e va via. E la tua intervista finisce lì”. Davvero è così scorbutico Valentino Campagnolo?
In realtà mi resi conto subito, dopo i saluti, che l’immagine che mi ero fatto corrispondeva sempre meno alla realtà. Forse lo avevo assimilato a qualche racconto che mi era stato fatto di Tullio, il padre fondatore di quel piccolo impero. Me lo immaginavo corpulento e deciso, magari con le dita sporche di limatura. Chissà se ha mai corrisposto a realtà questa foto in bianco e nero di ricordi che non ho.
Davanti invece mi si è parato un uomo magro, quasi allampanato, che mi ha scrutato in silenzio come a capire le vere intenzioni. Tutto filò liscio, io mi attenni a quel copione che consideravo soddisfacente.
I giorni nostri
Ad anni di distanza ripensavo a quel primo incontro con un sorriso dentro. Non me lo sarei immaginato a cacciarmi via, chissà se l’avrebbe mai fatto. Di sicuro sapevo che adesso avrei potuto osare di più, almeno un po’. Sapeva che non cercavo risposte clamorose e io non avrei fatto domande impertinenti. Ci sono molti modi per raccontare e non mi è mai piaciuto chi urla. Sarà perché ero cresciuto in una scuola giornalistica al contrario. Un po’ come in bicicletta: un allungo può fare più male di uno scatto se piazzato al momento giusto. Soprattutto può andare molto più a segno di una fiammata che si spegne subito.
La stretta di mano sempre la stessa, poi si è messo comodo, ma attento come uno studente alla maturità. Davanti, a esaminarlo, nessun professore. Solo una telecamera, un registratore e poi una penna. Avevo schierato così il mio attacco. Ma lui aveva l’aria di chi non aveva bisogno di difendersi. Sapeva perfettamente già tutte le parole. Chissà quante volte le aveva misurate.
Vicino al quadro dedicato a Tullio Campagnolo
Lezione n° 1: il rispetto
«Oggi puoi cancellare cinquant’anni di storia in un attimo». Esordì così dopo i convenevoli. L’immagine di Valentino Campagnolo può essere quella di un uomo prudente, penso lo sia, ma non è timido. Se lo è stato ha imparato a non esserlo, meglio togliersi subito il problema affrontandolo, comunque. E allora è andato dritto al punto prima ancora che potessi affilare la domanda. In un attimo ho capito che quella prima volta, se fossi andato fuori copione, se ne sarebbe andato non per impudenza, ma per noia. Avrei potuto essere alla sua altezza? Le migliori interviste, in fondo, sono una discussione, non un corpo a corpo.
«Molti fanno sacrifici importanti, spesso coinvolgendo anche la famiglia, non si tratta di acquisti leggeri». Quello che avevo visto comparire all’Eroica esaltato come un dio dagli appassionati di bicicletta e ciclismo, era sceso dal suo olimpo verso la vita reale. Aveva appena strappato comunicati stampa patinati e rendering asettici. La realtà sono soldi e oggetti.
«Una bicicletta montata Campagnolo deve funzionare oggi come tra vent’anni. Il nostro dovere è progettare prodotti che offrano una soddisfazione ripetitiva nel tempo». Chissà cosa ne penseranno, la domanda mi sale dentro, quelli che acquistano una bicicletta calcolando a quanto potranno rivenderla per comprare quella che sarà di moda tra qualche anno. Mi viene anche la risposta: saranno contenti anche loro perché una soddisfazione che si ripete non perde di valore. Al massimo, più prosaicamente, perde l’IVA, prezzo da pagare all’altare del conformismo travestito da autonomia.
«E non possiamo nemmeno immaginare utenti costretti a pulire e ingrassare ogni volta la loro bicicletta. Deve funzionare per quello che è: una bicicletta». Forse qui mi ha tolto un po’ di quell’odore di vernice di un telaio nuovo e della nafta con cui pulivo le vecchie catene. Erano parte del rito del sabato del villaggio, prima del dì di corse.
Avevamo appena iniziato a chiacchierare e già mi aveva spiegato il rispetto per il suo cliente.
Lezione n° 2: il prezzo dell’emozione
«La bicicletta ha un valore emozionale che va oltre la funzionalità». In meno di una riga mi sono ritrovato spiegato un’altra verità pesante come un macigno. Dentro c’è la spiegazione del perché una bicicletta non si compra mai per quel che serve ma per ciò che fa sognare. Mi ha anche spiegato quella cosa per cui in Shimano si stupiscono di vendere, solo in Italia, più gruppi Dura Ace che Ultegra. A quanto pare nel resto del mondo avviene il contrario. Benedette emozioni italiane, ma quanto ce la godiamo.
Ma è seguita anche un’ammissione che è diventata subito una dichiarazione di guerra: «Non facciamo prodotti da supermercato». Dentro contiene anche un “non cercateli”. E prima che potessi controbattere mi aveva già risposto con il concetto di “caro” e di “costoso”: «Caro è ciò che costa tanto e vale poco. Costoso è ciò che vale quello che costa». E se viene da pensare a ciò che serva realmente si torni a guadare alla voce “emozione”, qualche riga più in su.
In fondo, questo approccio restituisce dignità alle cose, al tempo e al lavoro. Anche alla competenza. Lo sviluppo accelerato non serve a nessuno se diventa inseguire.
Lezione n° 3: la deviazione può diventare una strada
Quando penso a questo concetto mi viene in mente quando pedalo e sento la gamba buona a sufficienza da provare a perdermi. Non è quello il modo migliore per scoprire un nuovo percorso? Vale su asfalto, tanto più nel fuoristrada. Col gravel, poi, è l’essenza stessa del pedalare.
«All’inizio pensavo fosse una moda», ammette il signor Campagnolo senza esitazioni. «Mi ha sorpreso vedere quanto sia cresciuta». Il gravel è diventato l’esempio di come il mercato ciclistico sappia cambiare pelle. L’Ekar ha aperto una porta e oggi abbiamo visto dove Campagnolo stessa è arrivata. Gravel, oggi, è una nuova normalità.
Non è una rivoluzione urlata. È un riequilibrio silenzioso, che ridefinisce le gerarchie senza bisogno di proclami.
Lezione n° 4: la complessità che non si deve vedere
Il passaggio all’elettronico resta uno dei temi più divisivi. Soprattutto per chi è cresciuto con l’idea che la bici fosse qualcosa da regolare, capire, sentire. Ma Campagnolo è netto: «Si è guadagnato molto più di quello che si è perso».
Affidabilità, precisione, personalizzazione. La tecnologia, però, ha una condizione: non deve mai diventare un ostacolo. «La complessità deve restare invisibile». Un po’ come accade con gli oggetti quotidiani più evoluti: li puoi usare in modo semplice, ma se vuoi approfondire ti offrono possibilità nuove. Mi cade l’occhio sul telefono che sta conservando la nostra chiacchierata.
Lezione n° 5: su romanticismo e necessità
Gli ultimi anni non sono stati semplici. È come aver premuto sul tasto “fast forward” di un vecchio lettore a nastri. Le immagini si inseguono quasi ridicole, i suoni diventano striduli.
Pandemia, filiere spezzate, materie prime sempre più costose, un mercato passato rapidamente dall’euforia alla cautela. In questo scenario, Campagnolo ha fatto scelte che non hanno nulla di romantico, ma molto di concreto.
Vicenza resta il cuore simbolico e tecnico del marchio, ma non è l’unico centro produttivo. La presenza in Romania è parte di una strategia di sopravvivenza industriale prima ancora che di crescita. «Se fossimo rimasti solo a Vicenza, probabilmente oggi Campagnolo non esisterebbe più» si è lasciato uscire il signor Valentino. È anche qui che si leggono le vicissitudini più recenti dell’azienda: un periodo di assestamento, di riduzione del rumore di fondo, di attenzione all’equilibrio. Meno promesse, più coerenza. In un settore che spesso corre più veloce del necessario, è una scelta che richiede lucidità.
Lezione n° 6: la responsabilità collettiva
Forse il passaggio più denso dell’incontro arriva lontano da cambi e rapporti. «Un’azienda non è solo un fatto economico. È un fatto sociale». Significa responsabilità verso chi ci lavora, verso il territorio, verso una storia che non appartiene solo a chi la guida.
In un’industria sempre più dominata da logiche finanziarie e acquisizioni, Campagnolo rivendica un modello diverso. Più lento, più complesso, meno spettacolare e a volte, come adesso, più doloroso. Ma coerente.
Lezione n° 7: rimanere fedeli senza restare fermi
Campagnolo oggi non insegue, ha il fiato grosso di chi arranca in salita, il ghigno di concentrazione di chi affronta una curva scivolosa e veloce. Osserva, seleziona, decide. Gravel che diventa standard, elettronica che avanza, un mercato che chiede risposte rapide e spesso contraddittorie. La sfida resta sempre la stessa: non tradire chi crede che una bicicletta possa durare una vita.
E continuare, nonostante tutto, a emozionare.