L’Anno che verrà di Lucio Dalla è stata scritta nel 1978. E, nonostante si annunciasse un altro anno di piombo, il cantautore mise in parole e musica un inno alla speranza. A distanza di quasi mezzo secolo, la poesia di Dalla conserva una sua attualità, quella dei messaggi universali. Per gioco, ma non troppo, scopriamo perché l’Anno che verrà è il 2026.
Caro amico ti scrivo/Così mi distraggo un po’/E siccome sei molto lontano/Più forte ti scriverò
Siamo assediati da amici virtuali, gente che non conosciamo e che probabilmente non avremo mai occasione di conoscere. I social, anziché distrarci dalla realtà, hanno preso a sostituirla, creando un meccanismo di alienazione. Scrivere più forte, nel 2026, sarà l’antidoto alla vacuità dei rapporti, a un lessico convenzionale di poche battute, all’assenza di contenuto. Significa riprendere confidenza con la parola e il suo significato, fare i conti con se stessi e avere un amico (uno, non centomila) con cui coltivare l’arte sempre più rara della confidenza.
Da quando sei partito/C’è una grossa novità/L’anno vecchio è finito ormai/Ma qualcosa ancora qui non va
La grossa novità è un paradosso, perché cela il suo esatto apposto. Nessuna svolta, nessun demiurgo all’orizzonte. I problemi restano sul tavolo. Il Capodanno è il crinale delle grandi aspettative, delle previsioni eccessive. Grandi choc o grandi cambiamenti. Ma quasi sempre rimaniamo delusi. Prendiamo il 2025: doveva essere l’anno buono per chiudere il mattatoio Ucraina, mettere fine alla guerra, e invece siamo ancora lì a rammendare un trattativa definita al 90 per cento. Ma quel 10 per cento che resta non è banale: riguarda la cessione del Donbass alla Russia, la portata delle garanzie di sicurezza, la gestione della centrale nucleare più grande al mondo. D’altra parte chi immaginava che l’IA avrebbe stravolto il mondo del lavoro, deve prendere atto che gli incrementi di produttività sono stati inferiori alle attese. E la tendenza è di integrare, non sostituire, le mansioni. Dodici mesi di solito non fanno la Storia, e nemmeno l’affossano. La regola sono le correzioni, non le rivoluzioni.
Si esce poco la sera/Compreso quando è festa/E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra/E si sta senza parlare per intere settimane/E a quelli che hanno niente da dire del tempo ne rimane
Nel 1978 il terrorismo allungava una coltre plumbea sulla vita sociale, nel 2026 i sacchi sabbia davanti alla finestra sono una protezione metaforica rispetto all’insicurezza economica, ai troppi conflitti che non permettono di guardare al futuro con leggerezza, ad una politica litigiosa e spesso delegittimata. Ma sono anche l’espressione di una incomunicabilità e di uno sfilacciamento dei rapporti personali che riducono al silenzio soprattutto le persone più fragili. Dopo il fallimento delle politiche woke, che hanno trasformato la tutela delle minoranze in una forma di integralismo, la vera sfida che ci attende è l’inclusione della maggioranza.
Ma la televisione ha detto che il nuovo anno/Porterà una trasformazione/E tutti quanti stiamo già aspettando/Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno/Ogni Cristo scenderà dalla croce/E anche gli uccelli faranno ritorno/Ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno/Anche i muti potranno parlare/Mentre i sordi già lo fanno/E si farà l’amore ognuno come gli va/Anche i preti potranno sposarsi/Ma soltanto a una certa età
Il nocciolo della speranza è la fede, in un’accezione laica. Anno dopo anno, dobbiamo conservare e difendere l’idea che un mondo migliore sia possibile, quello in cui ogni Cristo scenderà dalla croce: si tratti dei civili ucraini bombardati e lasciati al gelo, o dei palestinesi prigionieri di una tregua debole, degli ebrei ostaggi del terrorismo, della popolazione del Sudan vittima di una strage di cui si parla troppo poco, dei perseguitati di ogni confessione o razza, dei disperati sulle rotte di trafficanti di essere umani, ma anche dei poveri cristi per i quali si è fermato l’ascensore sociale, o di quel mondo di care giver di cui nessuno si prende davvero cura. Il miracolo è dietro l’angolo, se la nostra tenacia sarà superiore allo sconforto, se continueremo a credere alla forza trasformativa della nostra umanità.
E senza grandi disturbi qualcuno sparirà/Saranno forse i troppi furbi/E i cretini di ogni età
E’ quello che dobbiamo augurarci. Per i cretini abbiamo poche speranze, perché come noto la loro madre è sempre incinta. Per i furbi, i corruttori e i corrotti, gli evasori, i professionisti delle scorciatoie, i raccomandati senza titolo, la speranza è che si compia finalmente la vera rivoluzione che l’Italia attende da decenni: quella del merito. Ma non c’è merito senza parità di condizioni, e non ci sono meritevoli se la loro diventa una nuova élite dietro la quale scalpita una folla di esclusi.
Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico/E come sono contento di essere qui in questo momento/Vedi, vedi, vedi, vedi/Vedi caro amico cosa si deve inventare/Per poter riderci sopra/Per continuare a sperare/E se quest’anno poi passasse in un istante/Vedi amico mio come diventa importante/Che in questo istante ci sia anch’io
Il valore dell’individuo e dell’individualità, la partecipazione come strumento di riscatto: il vero proposito per l’anno che verrà dovrebbe essere esattamente questo. Se il 2026 passasse in un istante, l’importante sarebbe far parte di questo istante, ognuno con le sue aspirazione e possibilità, ognuno per il contributo che potrà dare alle piccole e grandi cause. Non siamo clandestini a bordo, non siamo fantasmi. L’invisibilità è una condizione che subiamo ma che in parte creiamo noi stessi, rinunciando a votare, a reiventarci, a riqualificarci, a spingere più in là i nostri limiti. Il momento è questo, non ce ne sarà un altro. In famiglia, in ufficio, nella vita sociale. E in quella pubblica, anche quando saremo chiamati ad esprimerci sulla separazione delle carriere dei magistrati o a scegliere da che parte stare tra la disinformazione che ci fa comodo e l’informazione che ci costringe a metterci in discussione.
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà/Io mi sto preparando/È questa la novità
Proprio così, l’anno nuovo diventerà un anno vecchio. E questo fa sì che avremo una nuova chance, noi e il mondo caotico che ci è toccato in sorte. Nulla è immutevole, e vista la piega che hanno preso le prime decadi del Millennio questa è la vera grossa novità. Ma a cosa dobbiamo prepararci esattamente? A rifare il bagaglio delle nostre abitudini, certezze, dei nostri pregiudizi. O bias, vocabolo inglese che traduce le distorsioni dell’Intelligenza artificiale. E spiega perché, adesso come tra un anno, sarebbe una follia rinunciare all’Intelligenza umana.
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