di
Francesca Angeleri

​Dalla storia del Deejay Time ai festival sold out, Albertino racconta il rapporto con le nuove generazioni e il Capodanno di Torino tra musica, ricordi e futuro

Torino Time: la fine d’anno (almeno) si presenta proprio niente male. Anzi: una bomba. E come potrebbe essere diversamente se il live principale è quello dei Planet Funk? Ottima anche l’idea di far salire sul palco un gruppo di dure e pure come Le Bambole di Pezza. La rapper nostrana Beba parteciperà nella doppia veste di cantante e conduttrice insieme a Marco Maccarini. Apriranno lo spettacolo le Irossa. Ma la ciliegina sulla torta sarà quella, dopo la mezzanotte, del Deejay Time Live, il progetto dal vivo nato dallo storico format radiofonico creato da Albertino con Fargetta, Molella e Prezioso.

Albertino, il programma Deejay Time nasce nel 1985, dal vivo sono circa dieci anni. Qual è il segreto di tanta freschezza?
«Non voglio fare il falso modesto: la cosa che mi fa più piacere è che vengano diverse generazioni. Se fosse solo una festa dei coscritti mi farebbe una tristezza infinita».



















































Una bella soddisfazione.
«Non mi aspettavo che questo mestiere durasse così tanto. Pensavo fosse come quello del calciatore, fino ai 35-40 anni. Invece oggi siamo in un momento altissimo della carriera: forum sold out, grandi arene, uno show promosso da Vivo Concerti, visual pazzeschi, una dimensione internazionale. E anche a Torino sarà così. La situazione è veramente al top».

Deejay Time è: Albertino, Fargetta, Molella e Prezioso. Quanto conta l’amicizia in questo successo?
«Non è mica scontato… è una convivenza che dura da davvero tanti anni. Io sono particolarmente legato a Mario Fargetta, sto con lui tutti i giorni, tutto il giorno. Siamo come Sandra e Raimondo. È un fratello. Giorgio (Prezioso, ndr) è il più giovane e magari mi vede come un fratello maggiore… Ognuno di noi ha avuto un suo personale grande successo, ha maturato la sua personalità, però andiamo d’accordo».

A fare il dj non si invecchia mai?
«Io non accetto ‘sta cosa d’invecchiare. Con il mio lavoro è quasi come fossi costretto a essere giovane, no? Sei sempre sotto i riflettori, ti fanno foto in continuazione. E poi ci sono i selfie dove gli altri vengono bene e tu no, è un po’ difficile da accettare».

Che posto ha Torino nel suo cuore di clubber?
«Intanto avete uno dei festival più importanti al mondo, il Kappa. Poi, Torino per me è Gigi D’Agostino e gli Eiffel65, adesso Gabry (Ponte, ndr) vive a Milano e ci vediamo spesso. I Subsonica sono di qui e io sono amico di Boosta, di Samuel, di Pisti…».

Come sta la musica secondo lei?
«Non è un bel momento per la musica oggi, un po’ come per la moda: siamo in pieno riciclo. Grandi cover e riproposte di cose già fatte, solo con un fit diverso. Non ci sono nemmeno più le grandi rockstar, non vedo Rolling Stones in giro. Delle popstar sì: Taylor Swift, Dua Lipa, i Coldplay…. I dj hanno quasi sostituito le rockstar, e questo dovrebbe risultare un po’ preoccupante».

Va meglio per la dance? Forse «dance» è un po’ vintage come termine…
«No, va bene. Perché ci sono tante versioni di dance. Tra tutti i generi, grazie al fenomeno dei festival, è quello che va meglio. Meno bene invece per i club, che continuiamo a chiamare discoteche».

Ai giovani piace ancora ballare o dopo il Covid è precipitato il fenomeno?
«Ho una figlia che ha fatto il suo diciottesimo in casa… il Covid ha proprio cambiato le abitudini. Odio fare la parte dell’adulto che ha dimenticato di essere stato giovane, però ho assistito a serate in discoteca con ragazzini che non ballavano, facevano filmatini e cantavano».

Triste, no?
«Però poi arrivano intorno ai 22 anni e rinsaviscono».

Il pezzo che fa più Capodanno tra quelli che metterà?
«Belo Horizonti di Claudio Coccoluto. Non posso che pensare a lui. Era un mio caro amico. Eravamo nati lo stesso mese dello stesso anno, ad agosto. Ci facevamo sempre gli auguri a poche ore di distanza».


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30 dicembre 2025 ( modifica il 30 dicembre 2025 | 10:47)