di
Jacopo D’Andria Ursoleo*
La risposta di uno specializzando alla critica mossa dal dottor Gabriele Bronzetti, cardiologo del Sant’Orsola di Bologna: «Il rischio è che si continui a narrare la medicina come un luogo in cui il valore professionale si misura nella sofferenza sopportata più che sulla competenza costruita»
Caro direttore,
ho letto con attenzione e rispetto le riflessioni del dottor Gabriele Bronzetti («Io in ospedale a Natale senza specializzandi, ai test di medicina chiedete: cosa fate la domenica») che mi hanno stimolato ulteriori osservazioni sul tema. «La medicina è la scienza dell’incertezza e l’arte della probabilità», scriveva William Osler. E forse nessuna fase della vita professionale incarna questa tensione meglio della formazione specialistica. Un mirabile pendolo di Foucault che oscilla – per la durata variabile di un quadriennio o per alcuni più fortunati anche un intero quinquennio – tra apprendimento e responsabilità, tra desiderio di esserci e dovere di durare.
Ci sono poi dei momenti, nella vita di un ospedale, in cui il tempo sembra farsi più denso. Le festività, le notti lunghe, le stanze in cui la tecnica arretra e (non di rado) resta soltanto l’umanesimo delle cure. Da questi luoghi spesso nascono, comprensibilmente, riflessioni accorate sul senso della medicina e sul modo in cui si formano le nuove generazioni di medici. Ma proprio quando la parola pensata, pesata e poi scritta, si carica di pathos, diventa necessario esercitare su di essa un supplemento di rigore: distinguere ciò che appartiene alla cura da ciò che riguarda l’organizzazione, scindere ciò che commuove da ciò che spiega.
Chi c’è e chi non c’è
Si è parlato e scritto spesso e di recente soprattutto nei giorni simbolicamente più carichi come le festività, di presenza e assenza negli ospedali. In estrema sintesi: di chi c’è e di chi non c’è. Dei presenti e degli assenti. Di quelli seduti tutti «compìti» al primo banco e di quelli più discoli che si confinano agli ultimi banchi, che invece devono portare la giustificazione dei genitori perché per un giorno non sono stati presenti a lezione. Ma ridurre la complessità della medicina contemporanea a una contabilità delle ore o a una geografia dei turni rischia di tradire ciò che davvero conta: la qualità del tempo, non la sua mera estensione.
Essere medico non significa soltanto assistere alla vita che nasce e a quella che si spegne. Significa anche imparare come starci, accanto a quei confini estremi, senza esserne travolti. La cura non è una prova di resistenza, né un esercizio di eroismo solitario. È, piuttosto, una pratica paziente e collettiva, che richiede lucidità, continuità e una profonda consapevolezza dei propri limiti.
L’assunto per cui l’occasionale assenza di medici specializzandi nella turnazione festiva possa significare un pericolo profondo, ovverosia una perdita di vocazione, un disimpegno morale, una formazione che arretra di fronte al sacrificio, è fuor di dubbio un’ipotesi potente e «immediata». Ma non è l’unica possibile. E forse non è neppure la più corretta.
Seppure intuitive, le equazioni «presenza uguale dedizione», «assenza uguale diserzione», sono del tutto false. La medicina non è una religione dell’ubiquità. È un’arte che si esercita nel tempo, e non contro di esso.
La qualità della formazione non è necessariamente direttamente proporzionale al numero di ore trascorse in corsia. Al contrario, cresce nella densità di ciò che accade in quelle ore: nella supervisione, nel confronto, nella possibilità di riflettere sull’atto clinico senza esserne schiacciati. Essere presenti senza un disegno formativo, senza una reale responsabilità graduata, senza la possibilità di comprendere fino in fondo ciò che si vive, non è formazione: è esposizione. Talvolta è solo consumo o, addirittura, usura afinalistica.
Rita Levi Montalcini scriveva che è meglio aggiungere vita ai giorni, che giorni alla vita. Potremmo liberamente parafrasarla e asserire – in questo contesto – che è meglio aggiungere formazione specialistica alle ore, che ore alla formazione specialistica.
Rito iniziatico fine a sé stesso
Per di più, la formazione specialistica non è, e non dovrebbe mai diventare, un rito iniziatico fondato sulla fatica fine a sé stessa. La conoscenza non si trasmette per osmosi notturna né per accumulo indiscriminato di eventi drammatici. Si costruisce attraverso la supervisione, il confronto, l’errore (ri)conosciuto e corretto. In due parole: attraverso una responsabilità condivisa.
In tal senso, la medicina moderna – quella che noi davvero vogliamo difendere – ha imparato, spesso a caro prezzo, che la stanchezza cronica non produce medici migliori, ma solo medici più fragili, più esposti all’errore e al cinismo. «Primum non nocere» non vale solo per i pazienti. Vale anche per chi cura. E la cura, la «buona cura», la cura cui tutti aneliamo quando siamo i pazienti e che al contempo ci«pregiamo» di esercitare (a titolo più o meno giusto) ogni giorno (notti, weekend, e festivi inclusi) come professionisti della sanità, non ha bisogno di martiri. Necessita invece di professionisti lucidi, formati, capaci di reggere emotivamente il loro giogo senza esserne annientati. La medicina non è meno umana quando protegge chi cura; è semplicemente più responsabile. Così come la medicina non diventa più umana quando chiede a chi cura di consumarsi. Diventa soltanto più ingiusta.
Lavorare nei giorni simbolicamente più carichi come le festività, comprensibilmente, può anche far riaffiorare ricordi dal glorioso passato. È comprensibile, e profondamente umano, guardare al passato con una sorta di «nostalgia selettiva». Ma come ricordava Gustav Mahler in un celebre aforisma attribuitogli, «la tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel custodire il fuoco». Custodire il fuoco della medicina oggi significa accettare che i modelli formativi debbano evolvere, non per indebolire la professione, ma per salvarla.
La «gavetta»
Ed ecco che all’interno di questo frame di significato ricompare il concetto militaresco di “gavetta”, dove la crescita viene confusa con la sopportazione, l’apprendimento con il sacrificio silenzioso. Si dice che la gavetta sia cosa diversa dal nonnismo. È vero. Ma è una distinzione semantica che, nella pratica, spesso viene tracciata da chi ha già attraversato entrambe. Per giunta, non tutto ciò che è duro è formativo, né tutto ciò che è formativo deve essere imprescindibilmente duro. La formazione specialistica non implica un dovere di superare una prova di resistenza morale. È, al contrario, un percorso professionalizzante che ha come primo dovere la sicurezza del paziente e come secondo la sostenibilità di chi apprende.
«Non è segno di buona salute mentale essere ben adattati a una società profondamente malata», ammoniva Jiddu Krishnamurti. Allo stesso modo, non è segno di buona formazione adattarsi acriticamente a un sistema che misura il valore professionale in ore di veglia anziché in competenze acquisite. In tal senso, non è paradossale che un trentenne possa riposare più di un sessantenne (ammesso che ciò corrisponda al vero): è il riflesso di una diversa collocazione nella catena di responsabilità e non è in alcun modo specchio di una diversa etica del lavoro. Chiedere a chi sta imparando di reggere lo stesso carico di chi decide in autonomia non è formazione, è una scorciatoia organizzativa mascherata da etica.
Per quanto l’evocazione di immagini di battaglie nei cieli possa affascinare i più perché promette ordine, comando, chiarezza ed efficienza, un reparto ospedaliero non ospita duelli tra top gun, né è un campo di battaglia. Non è neppure un cockpit. È piuttosto un sistema ad alta densità relazionale, dove la sicurezza nasce da team multidisciplinari, turni sostenibili, passaggi di consegne strutturati; in altre parole, è un organismo complesso in cui la sicurezza del paziente – che è il vero fine ultimo – nasce da sistemi robusti, non da individualismi eroici. La medicina moderna, quella che ha ridotto la mortalità e migliorato gli esiti, è figlia di un lavoro di squadra dove l’uomo solo al comando non può trovare spazio, è un sistema che funziona anche quando l’individuo si dimostra fallibile.
La narrazione della medicina
Il rischio più grande, quindi, non è che gli specializzandi non siano presenti a Natale o a un’altra qualsivoglia festa comandata. Il rischio è che si continui a narrare la medicina come un luogo in cui il valore professionale si misura nella sofferenza sopportata più che sulla competenza costruita. Il pericolo è considerare il dolore esperito da chi la medicina la esercita quotidianamente come una valuta morale, e la stanchezza una prova di autenticità.
Chi oggi è «in formazione» non desidera essere sottratto alla realtà della sofferenza. Chiede però che quella sofferenza non venga trasformata in un dubbio strumento pedagogico, sperando di essere adeguatamente formato per affrontarla, senza esserne consumato o venirne addirittura spezzato nel processo. Questo tipo di narrazione non avvicina, né rafforza la professione: la logora. Produce rifiuti silenziosi e colpevolizza chi chiede misura. Distoglie lo sguardo dalle vere responsabilità organizzative, istituzionali e politiche collaterali e complementari all’atto medico.
Se è vero che la forza è ciò che oggettifica chiunque le sia sottomesso, anche una professione, se smette di interrogarsi, può diventare una «cosa» – e può morire. Ma non muore perché i giovani sono capaci di fermarsi senza provare sensi di colpa. Muore perché smette di pensarsi, interrogarsi criticamente su se stessa, confondendo dedizione e dignità con l’abnegazione, formazione e identità con la resistenza passiva.
Il segno più sicuro di una medicina viva non è un reparto che non dorme mai, ma uno che sappia vegliare senza consumare i suoi figli. E che sappia insegnare alle nuove leve che c’è un tempo per esserci e un tempo per fermarsi. Un tempo per stringere una mano e un tempo per riposare la propria. Come dice il Qohélet nella Scrittura (Ecclesiaste 3,1-15): c’è un tempo per ogni cosa. L’ha pure riadattato Branduardi qualche millennio più tardi cantando «Vivete con gioia e semplicità / state buoni se potete / tutto il resto è vanità».
Essere presenti è importante.
Ma esserci bene lo è di più.
Questo è prendersi cura.
*Specializzando in Anestesia, Rianimazione, Terapia intensiva e del Dolore
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31 dicembre 2025 ( modifica il 31 dicembre 2025 | 18:56)
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