Il dibattito sul limite dei 25 km/h di assistenza alla pedalata per le e-bike continua ad agitare gli utenti che riversano il loro malumore nei commenti ai nostri articoli e anche sui social. Non è un caso e non vogliamo neance chiudere la porta a una discussione riportando semplicemente a quanto dice la legge. Dietro quella soglia apparentemente tecnica si nasconde una frattura sempre più evidente tra chi vede l’elettrico come una naturale evoluzione della bicicletta e chi lo considera un mezzo da tenere rigidamente sotto controllo.

I commenti dei lettori raccontano bene questa spaccatura. C’è chi giudica il limite anacronistico e lontano dall’uso reale delle e-bike, soprattutto considerando che una bici muscolare, in pianura, può superare senza difficoltà i 30 km/h. Per molti, il blocco dell’assistenza a 25 km/h rappresenta più una forzatura normativa che una reale misura di sicurezza. Altri, invece, difendono il limite come elemento necessario per mantenere ordine sulle infrastrutture e distinguere chiaramente le biciclette da veicoli più veloci e pesanti.

Un rischio normativo per tutti

In mezzo a queste posizioni si inserisce un punto spesso sottovalutato, ma centrale per chi oggi amministra il settore: la paura che modificare la normativa apra la porta a nuove restrizioni, invece che a maggiore libertà.
Secondo questa visione, mantenere l’attuale inquadramento delle e-bike come “biciclette”, e non come veicoli a motore, rappresenta una sorta di equilibrio fragile ma prezioso. Toccarlo significherebbe rischiare l’introduzione di targa, assicurazione, revisione, obbligo di casco e ulteriori adempimenti burocratici, trasformando un mezzo accessibile in qualcosa di molto più complesso e costoso. Purtroppo nell’odio generalizzato verso chi pedala e con la ricerca di consensi il rischio diventa concreto.

È un timore tutt’altro che infondato. La storia recente dimostra che ogni volta che un veicolo entra in una nuova categoria normativa, le conseguenze non si limitano alla velocità massima, ma si estendono a omologazioni, responsabilità legali e controlli. Per questo una parte del settore, produttori, operatori e associazioni, preferisce difendere lo status quo, anche se imperfetto, piuttosto che aprire un vaso di Pandora legislativo.

In questo contesto si inserisce l’azione di LEVA-EU, l’associazione europea che rappresenta il comparto dei veicoli elettrici leggeri. Da tempo LEVA-EU segnala come il rischio non sia solo quello di limiti troppo bassi, ma di una regolamentazione sempre più frammentata e punitiva, capace di frenare innovazione, investimenti e diffusione delle e-bike. L’associazione ha più volte messo in guardia contro l’idea di irrigidire le regole senza una visione complessiva, sottolineando come le normative europee siano spesso pensate più per “contenere” che per accompagnare l’evoluzione del settore.

Anche su Cyclinside il tema è emerso più volte: il vero nodo non è semplicemente se 25 km/h siano pochi o troppi, ma se il quadro normativo attuale sia davvero adatto a una mobilità che cambia. Continuare a ragionare solo in termini di limiti rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: spingere verso l’illegalità, creare confusione tra gli utenti e rallentare una transizione che, nei fatti, è già in corso.

Alla fine, la questione non è stabilire se una e-bike debba aiutare fino a 25, 30 o 35 km/h, ma decidere che tipo di mobilità vogliamo favorire. Una mobilità regolata con intelligenza, capace di distinguere usi e contesti, oppure un sistema rigido che, nel tentativo di controllare tutto, rischia di bloccare l’evoluzione di uno dei pochi settori davvero in crescita. Al momento, il risultato, è di avere le nostre città invase da mezzi di fatto pericolosi perché modificati senza alcun controllo e potenzialmente senza alcuna sicurezza.