Nel commento che segue, il Segretario Nazionale del SINAFI, Paolo Finetti, esprime una netta critica alla Legge di Bilancio 2026, che per la prima volta aumenta il limite massimo ordinamentale di permanenza in servizio per il Comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico. Un passaggio ritenuto grave non solo per l’impatto sull’età pensionabile, ma, soprattutto, per il precedente che introduce nel rapporto tra Stato e operatori in divisa.
L’analisi si concentra in particolare sull’articolo 1, comma 180, che affida l’uscita dal servizio a criteri elastici e discrezionali, aprendo a una frammentazione delle regole all’interno di un Comparto già riconosciuto come unitariamente specifico. Una scelta che, secondo Finetti, rischia di indebolire tutele, coesione e credibilità del sistema di sicurezza, in un contesto di crescente domanda di legalità e riduzione degli organici.
Con l’approvazione della Legge di Bilancio 2026 si chiude una fase e se ne apre un’altra, molto più problematica. Per la prima volta, il limite massimo ordinamentale di permanenza in servizio per il personale del Comparto Sicurezza, Difesa e Soccorso Pubblico viene superato. Non aggirato, non sospeso, ma oltrepassato. È un passaggio che segna uno spartiacque, perché non riguarda soltanto l’età pensionabile: riguarda il rapporto tra lo Stato e chi, quello Stato, lo serve in uniforme.
Il dibattito pubblico si è concentrato sui dettagli: il rinvio al 2028, la gradualità, i tre mesi spalmati nel tempo. Ma chi si ferma a questo livello rischia di perdere di vista la portata reale del provvedimento. Ciò che fino a ieri rappresentava un punto fermo dell’ordinamento oggi diventa una variabile. E quando un limite cessa di essere tale, nulla garantisce che non venga ulteriormente spostato in futuro, magari già alla prossima manovra finanziaria.
È una scelta che pesa ancora di più se inserita nel contesto in cui matura. Negli anni, una parte politica ha costruito consenso dichiarando attenzione e vicinanza alle Forze di polizia, riconoscendone – almeno sul piano comunicativo – il ruolo essenziale e il sacrificio quotidiano. Oggi, però, quella stessa area di governo interviene su uno degli elementi più sensibili dell’equilibrio ordinamentale, estendendo la permanenza in servizio senza affrontare fino in fondo le ragioni per cui quel limite era stato fissato: l’usura fisica e psicologica, l’esposizione continuativa al rischio, la disponibilità permanente, l’insieme di vincoli che comprimono diritti che per altri lavoratori restano pienamente esigibili.
Ma il vero nodo del provvedimento non risiede tanto nell’innalzamento dell’età pensionabile in sé, quanto nell’impianto con cui viene realizzato. L’articolo 1, comma 180 della Legge di Bilancio 2026 introduce una modulazione dell’uscita dal servizio fondata su formule elastiche e ambigue, legate alle “specifiche professionalità” o alla “peculiarità dell’impiego”, che anziché offrire tutele rinviano il problema alle amministrazioni, aprendo la strada a una gestione discrezionale di diritti che dovrebbero restare certi e uniformi. Stabilire età di congedo differenziate all’interno di un Comparto che l’ordinamento riconosce già come unitariamente “specifico” non rappresenta una valorizzazione delle competenze, ma l’avvio di una segmentazione amministrativa fragile e potenzialmente conflittuale, affidata a criteri difficilmente oggettivabili. In un sistema in cui gli impieghi mutano nel tempo, le carriere evolvono e le esigenze operative cambiano rapidamente, questa impostazione rischia di produrre incertezza strutturale e diseguaglianze difficili da governare.
Il paradosso è evidente. Mentre la domanda di sicurezza aumenta e le risorse umane diminuiscono, si chiede al personale di restare in servizio più a lungo, senza offrire un sistema di tutele coerente con il carico di responsabilità richiesto. La specificità del Comparto viene evocata quando serve a giustificare vincoli e limitazioni, ma diventa improvvisamente trascurabile quando si tratta di riconoscere diritti e garanzie.
Questa Legge di Bilancio segna quindi un passaggio delicato. Non solo per ciò che introduce, ma per il precedente che crea. Considero questo intervento un errore politico grave e miope, destinato a produrre effetti ben oltre l’attuale legislatura. Il nostro lavoro non è un mosaico di mansioni isolabili, ma un impegno collettivo che vive di unità, fiducia reciproca e spirito di Corpo.
Ed è proprio questo, oggi, il punto centrale: quando si incrina l’unità, si indebolisce la sicurezza stessa. Per questo è necessario restare compatti. Perché dividere è sempre la strada più breve per non affrontare i problemi reali.
* Paolo Finetti (Segretario nazionale SINAFI)
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