I dazi di Donald Trump non hanno riportato l’America indietro nell’età dell’oro, ma l’hanno spinta in un vicolo cieco. Il 2025 avrebbe dovuto essere l’anno della fine della globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta. È stato invece l’anno in cui gli Stati Uniti hanno scoperto che il protezionismo può procedere in parallelo a mercati finanziari euforici, senza tradursi automaticamente in benessere diffuso per l’economia reale. Anzi, forse il contrario. L’indice S&P 500 si avvia a chiudere il 2025 con un rialzo vicino al 18 per cento, il doppio rispetto alle attese di inizio anno, mentre le famiglie americane hanno un altro bilancio con cui fare i conti: la perdita stimata di reddito disponibile arriva fino a 2.400 dollari l’anno..

Il cuore della strategia trumpiana è semplice e primitivo: usare i dazi come leva di potere costringendo partner e rivali a piegarsi, riportare produzione e lavoro entro i confini nazionali. E poi distribuire quei dividendi, non si sa quali e come, agli americani. Questi i sogni del presidente degli Stati Uniti; poi ci sono le leggi dell’economia e la dura realtà.

Come spiega il Financial Times con una serie di grafici, in pochi mesi l’aliquota dei dazi è salita da livelli storicamente bassi, intorno al 2 per cento, a una forchetta compresa tra il 14 e il 18 per cento, un livello che non si vedeva dalla metà degli anni Trenta e che supera persino molte stime formulate dopo l’annuncio da piazzista durante il “Liberation Day”. Le entrate dai dazi sono effettivamente aumentate molto, arrivando a superare i 30 miliardi di dollari al mese. È una cifra elevata se confrontata con il passato, ma resta piccola rispetto alle dimensioni dell’economia e dei conti pubblici americani. Su base annua significa poco più di 350 miliardi di dollari, a fronte di una spesa federale che supera i 6.000 miliardi e di un deficit che continua a crescere. 

Anche mantenendo gli attuali livelli, i dazi non sarebbero sufficienti a ridurre in modo significativo il disavanzo, figuriamoci a mantenere la irrealizzabile promessa fatta da Trump di un tariff check, un assegno da 2.000 dollari a ogni americano finanziato, secondo il presidente degli Stati Uniti, con i proventi dei dazi. L’idea è sempre stramba, ma interessante perché è un’ammissione implicita: se serve restituire denaro alle famiglie, significa che i dazi lo hanno prima sottratto. Senza contare che l’intero impianto giuridico dei dazi è oggi sotto esame della Corte Suprema, chiamata a stabilire se Trump abbia ecceduto i poteri delegati dal Congresso, utilizzando norme pensate per emergenze limitate o settoriali per imporre dazi generalizzati e permanenti, di fatto riscrivendo la politica commerciale senza un voto parlamentare. Nel caso di una sentenza negativa, i trumpiani hanno già pronta la narrazione perfetta: gli assegni non arriveranno per colpa della Corte Suprema. 

Il copione è sempre lo stesso, ma forse gli americani si stanno accorgendo delle panzane del presidente degli Stati Uniti che aveva assicurato che sarebbero stati solo gli esportatori stranieri ad assorbire il costo di queste misure. Ma a farlo, almeno finora, sono state soprattutto le imprese americane, che hanno compensato l’aumento dei costi riducendo i margini e sfruttando scorte accumulate prima dell’entrata in vigore dei dazi, grazie a un massiccio anticipo delle importazioni tra fine 2024 e primavera 2025. 

La decisione di assorbire l’aumento dei costi legati ai dazi, evitando di trasferirli subito sui prezzi finali ha attenuato l’impatto immediato su inflazione e occupazione e ha dato l’impressione che gli effetti negativi previsti da alcuni economisti fossero stati esagerati. Il problema è stato solo rinviato di qualche settimana. Secondo una ricerca del National Bureau of Economic Research, a partire dalla primavera i prezzi dei beni colpiti dai dazi hanno iniziato a crescere in modo visibile, con un aumento medio superiore al 5 per cento. Questo rincaro ha contribuito per circa 0,7 punti percentuali all’inflazione complessiva. Con il passare del tempo, man mano che le imprese smettono di assorbire i costi e iniziano a scaricarli sui consumatori, la pressione sui redditi reali delle famiglie è destinata ad aumentare.

Mentre l’economia americana si impoverisce in modo lieve ma diffuso, i mercati finanziari hanno reagito con una sorprendente indifferenza. Superato lo shock iniziale di aprile, quando l’annuncio dei dazi bruciò in una sola seduta circa 2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione globale, Wall Street ha chiuso uno degli anni migliori della sua storia recente.

La Borsa ha imparato come agisce Trump e scommette su un copione ormai familiare: dichiarazioni estreme seguite da rinvii, esenzioni e accordi parziali. La frequenza di questi ripensamenti ha spinto gli investitori a considerare i dazi più come uno strumento negoziale che come un cambiamento strutturale dell’economia. Il risultato è una riduzione della percezione del rischio sistemico, ma a costo di qualcosa di più profondo: l’erosione della fiducia nella coerenza e nella prevedibilità della politica economica americana.

È qui che entra in gioco il dollaro. Secondo le attese di inizio anno, i dazi avrebbero dovuto rafforzarlo, rendendo più restrittiva la politica monetaria e attirando capitali. È successo l’opposto. Nei primi sei mesi del 2025 il dollaro ha registrato uno dei peggiori inizi d’anno della sua storia recente, perdendo oltre il 10 per cento rispetto a un paniere di valute dei principali partner commerciali. Un andamento tanto più significativo perché si è verificato in parallelo a un forte rialzo dei mercati azionari.

Gli investitori stranieri non hanno voltato le spalle agli asset americani, ma hanno iniziato a comportarsi in modo diverso: hanno coperto con maggiore attenzione il rischio di cambio e ridotto l’esposizione netta al dollaro. È una discontinuità rispetto al passato recente e un segnale sottile ma importante: non una fuga dai mercati statunitensi, bensì una cauta presa di distanza.

Trump non ha spezzato le reni del commercio globale, che come sempre accade, si adatta. Certo, le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono calate bruscamente, con un crollo prossimo al 20 per cento su base annua, ma il surplus commerciale complessivo di Pechino ha continuato a crescere, superando per la prima volta i mille miliardi di dollari, grazie alla diversificazione verso Europa, Sud-est asiatico e Golfo. Anche se, come abbiamo raccontato su Linkiesta, non è del tutto una buona notizia per la Cina. 

Anche altri paesi hanno adottato strategie analoghe, rafforzando accordi regionali e aumentando gli scambi reciproci, senza ricorrere a ritorsioni coordinate contro Washington. Questa mancanza di una risposta simmetrica non va letta come un segno di debolezza, ma come il riflesso di un mondo in cui il peso dell’economia americana è diminuito rispetto al passato e in cui risulta spesso più conveniente aggirare l’ostacolo che affrontarlo direttamente.

Ricapitolando: i dazi non hanno riportato la manifattura negli Stati Uniti, nonostante le promesse di reshoring e i sussidi mirati, non hanno ridotto il deficit commerciale, che continua ad ampliarsi, non hanno reso gli americani più ricchi. Hanno invece funzionato come una tassa occulta sui consumi, colpendo in modo sproporzionato le famiglie a reddito medio e basso, e hanno contribuito a incrinare il ruolo del dollaro come perno indiscusso del sistema finanziario globale. Insomma, tanto rumore per nulla: una commedia di Shakespeare, una tragedia trumpiana.