“E sempre lo farò”, di Claire Kilroy (titolo originale “Soldier Sailor”), è un romanzo difficile da incasellare: parla di maternità senza essere un manuale ed entra nella materia viva dei primi mesi “d’invasione”, quando la casa si riempie di oggetti nuovi e insoliti per i neo-genitori; abbiamo pagine di ore spezzate, di un linguaggio nuovo e di fatica, paura e giudizio. Ma anche di amore. La protagonista racconta da dentro questa esperienza, con una voce che sembra correre e fermarsi nello stesso tempo, come accade quando si vive in allerta e si prova a restare lucidi.
Il libro è stato tra i più discussi in area anglofona sul tema ed è arrivato nella shortlist del Women’s Prize for Fiction 2024. La ragione sta nella sua scelta formale, radicale e leggibile insieme: un monologo indirizzato al figlio che, in realtà, finisce per interrogare il mondo attorno. Non spiega “come ci si sente”, ma mostra come ci si diventa, madre. E quale prezzo chiede quella trasformazione, in termini di solitudine, desiderio, reputazione, identità.
Un romanzo in seconda persona
L’idea più potente di Kilroy è semplice sulla carta e difficilissima da far funzionare. Il testo parla al bambino, quasi senza tregua. Quel “tu” crea un’intimità assoluta, e insieme produce uno straniamento preciso: il neonato non risponde, non argomenta, non consola. La lingua diventa allora cordone ombelicale e appiglio, un modo per tenere insieme ciò che rischia di sfilacciarsi.
In questa scelta c’è anche un rovescio interessante. Parlare a chi non ha parole significa, per forza, parlare anche a chi le parole le usa per misurare e giudicare. Il romanzo diventa un controcampo continuo del “fuori”: i consigli, le aspettative, la performance richiesta a una madre perché resti presentabile, efficiente, grata.
“Soldier Sailor” come immagine morale
Il titolo originale sposta la maternità oltre la cornice domestica. Soldier e Sailor sono due figure simboliche, madre e figlio come coppia in movimento dentro una geografia più ampia. Da una parte c’è la resistenza quotidiana, dall’altra una promessa smisurata che coincide con un potere concreto: riscrivere la vita di chi ti tiene in braccio.
Questa vibrazione “epica” resta sempre ancorata a una trama minima. Il libro lavora sul dopo, sull’immediatezza. Scene di casa, routine che ancora non ha forma, tentativi di “fare bene”, ore piccole. E in mezzo il pensiero che corre, torna, inciampa, si accanisce. È qui che molte letture critiche hanno riconosciuto la forza del romanzo: intensità emotiva e controllo stilistico si tengono per mano, senza diventare esercizio.
Una prosa che punge e poi accarezza
“E sempre lo farò” alterna tenerezza e sarcasmo con un ritmo nervoso, quasi musicale. Kilroy fa convivere due impulsi che nella retorica sulla maternità spesso vengono separati: l’amore come forza assoluta e la cura come allarme continuo. Il testo riesce a rendere quel paradosso senza vernice, con un’ironia che somiglia a ossigeno e con una ferocia che somiglia a verità.
Una recensione del “Guardian” ha insistito proprio su questo punto: l’esperienza diventa letteratura senza addomesticarsi, e la scrittura restituisce dignità a ciò che, nel racconto pubblico, finisce spesso in una versione levigata, edificante, “presentabile”.
La maternità come misura pubblica
Il nucleo del romanzo non ruota attorno alla domanda “è bello o difficile”. Kilroy lavora su una questione più tagliente: che cosa fa la maternità all’idea di sé, quando attorno scatta una sorveglianza costante.
Essere madre, qui, diventa una misura pubblica. Del carattere, della moralità, della tenuta. E mentre fuori si valuta, dentro si combatte una guerra silenziosa fatta di sonno interrotto e aspettative. L’amore materno non appare come sentimento pacificato: invade, accende, a volte spaventa. E porta con sé un isolamento particolare, perché il mondo continua a pretendere presenza, brillantezza, normalità, proprio mentre la protagonista vive un cambiamento totale e fisico.
In quel cortocircuito si riconosce il libro. Non c’è la madre-simbolo, ma una persona che prova a restare intera mentre tutto la riscrive.
Che cosa dice la critica fuori dall’Italia
La shortlist del Women’s Prize ha amplificato la risonanza del romanzo, presentandolo come un testo capace di parlare di identità e trasformazione con un’immediatezza che non rinuncia all’ambizione letteraria.
Accanto all’entusiasmo, sono arrivate anche riserve utili. “El País”, per esempio, ha letto la componente lirica e iperbolica come un’arma a doppio taglio: da una parte la tenerezza che diventa quasi preghiera, dall’altra il rischio di una costruzione troppo riconoscibile, troppo “programmata”. È un’obiezione che apre un nodo interessante senza bisogno di sentenze. Quando si scrive di maternità, quanta forma regge l’esperienza prima di diventare filtro?
Chi è Claire Kilroy e perché questo libro pesa
Claire Kilroy è una scrittrice irlandese che ha attraversato anche teatro e sceneggiatura. Prima di “Soldier Sailor” ha pubblicato romanzi come “All Names Have Been Changed” e “Tenderwire”, costruendo una reputazione di autrice capace di unire osservazione sociale e nervo stilistico. In “E sempre lo farò” si sente questa doppia natura: precisione quasi scenica negli oggetti e nei tempi, e un lavoro di frase che cerca vibrazione, canto, martellata.
Una parte della ricezione critica insiste sul fatto che questo romanzo arriva dopo anni e sembra scritto con una necessità addosso. Non come slogan, proprio come sensazione di materia che chiedeva una forma.
Una chiusura che può piacere anche a chi “guarda da fuori”
“E sempre lo farò” non chiede identificazione obbligatoria. Può parlare a chi ha vissuto la maternità, e può parlare anche a chi la osserva da fuori, perché mette al centro un tema universale travestito da quotidiano: che cosa succede quando la vita pretende tutto, subito, e ti costringe a cambiare identità mentre il mondo continua a chiederti di restare riconoscibile.
Alla fine resta una postura diversa durante la lettura, come se ogni frase avesse peso. La maternità emerge come vertigine e mestiere del corpo, come amore e isolamento, come promessa e allarme. E soprattutto emerge una cosa rara: una madre che torna persona, con tutta la sua contraddizione. Dentro quella persona, senza bisogno di proclami, si intravede una società intera.