di
Guido Olimpio

Non solo la penisola araba: le mosse degli attori presenti nel Paese, diviso da un decennio, rientrano nel Grande Gioco di un’area che va da Israele al Corno d’Africa

Mosse e contromosse nel conflitto tra Arabia Saudita ed Emirati nello Yemen. Martedì Riad ha condotto raid sul porto di Mukalla prendendo di mira un paio di cargo che avevano trasportato blindati, un carico spedito dagli emiratini in favore dell’Stc (Consiglio di Transizione del Sud), la fazione che punta al controllo totale della parte sud del Paese.

Il bombardamento è stato accompagnato da un comunicato dove i sauditi hanno definito l’offensiva una minaccia alla sicurezza nazionale. Parole dure, con riferimenti a linee rosse che non possono essere violate. Gli Emirati hanno risposto dichiarandosi sorpresi delle accuse, si sono detti pronti ad evitare un’escalation ed hanno infine annunciato la partenza del contingente che era impegnato nella missione «antiterrorismo» al fianco dell’Stc. Una decisione simbolica seguita da un annuncio più concreto: le forze governative affiancheranno quelle separatiste nelle zone conquistate. Un segnale per allentare la tensione ma da comprendere se avrà impatto su una situazione esplosiva.



















































L’attuale Yemen è diviso in tre parti. A ovest dominano gli Houthi filoiraniani, protagonisti di molti attacchi contro il traffico marittimo. Il resto ricade sotto l’autorità di un governo benedetto da Riad, riconosciuto a livello internazionale e del quale fa parte anche l’Stc diventato però lo strumento degli Emirati. In alcune zone c’è poi una presenza di cellule di Al Qaeda nella Penisola arabica, una delle componenti storiche del jihadismo. Nelle ultime settimane le unità del Sud hanno lanciato l’assalto conquistando gran parte dell’Hadramaout – ricco di greggio – estendendo la loro presa e costringendo i governativi a lasciare il campo.

Gli ultimi drammatici sviluppi sono il proseguimento di anni di frizioni. In passato sauditi ed emiratini hanno lanciato, senza successo, una campagna militare contro gli Houthi, iniziativa costata molte perdite che ha finito per aumentare le divergenze. Riad vuole abbassare il più possibile il fuoco con gli sciiti, cerca di tenere insieme i pezzi irregolari del mosaico yemenita, spera di trovare una soluzione perché teme l’instabilità cronica della regione. Anche perché condivide un lungo confine con lo Yemen.

Gli Emirati, invece, mirano alla costituzione di un’enclave nella parte meridionale: in questo modo guadagnano altre risorse energetiche, allargano la presenza in Mar Rosso (dove già hanno creato basi sulle due sponde, comprese quelle in Somalia e sulle isole yemenite), consolidano il ruolo di protagonisti regionali. Basta guardare la carta geografica: tengono d’occhio, in condominio con gli iraniani, lo stretto di Hormuz; sorvegliano Bab el Mandeb e la via d’acqua che porta fino al Mediterraneo. Inoltre, come annotano gli osservatori, sono abbastanza lontani dal fuoco, anche se con le armi di oggi – droni kamikaze, missili – le distanze sono relative. Lo racconta un precedente: nel 2022 Abu Dhabi è stata target di un attacco degli Houthi.

In questo contesto gli emiratini estendono la propria influenza nel Mar Rosso e creano una «collana» di postazioni che può arrivare lontano. Per la stessa ragione sono coinvolti pesantemente nella terribile guerra civile in Sudan, dove armano le milizie ribelli dell’Rsf (Forze di Supporto Rapido) in lotta con il potere centrale. Un’alleanza resa ancora più solida dal commercio dell’oro sudanese destinato a Dubai. Al fine di alimentare gli insorti è stata messa a punto una pipeline logistica con snodi in Etiopia, Somalia, Ciad e nella Cirenaica libica del generale Haftar, l’avversario principale del governo di Tripoli. Un altro personaggio dell’asse dei secessionisti ispirato dagli Emirati. Grazie alle risorse sono in grado di ingaggiare specialisti stranieri per missioni particolari o affidarsi ad alcune migliaia di mercenari colombiani.

C’è, infine, un obiettivo più ampio. Per alcuni Abu Dhabi, insieme ad Israele, intende ridisegnare la mappa ovunque sia possibile farlo: il riconoscimento da parte di Tel Aviv del Somaliland sarebbe il primo test sarebbe la prova. Coordinamento in opposizione a schieramenti o singoli Paesi, una lista dove compaiono Turchia, Qatar, Arabia, Iran, Islam militante, Fratellanza musulmana ma persino l’Egitto per quanto riguarda il dossier sudanese. Il Cairo e Riad sono con Khartum in opposizione alle milizie Rsf. E continuando si arriva alla crisi di Gaza: Riad lega il riconoscimento di Israele alla nascita di uno Stato palestinese, gli Emirati appaiono meno sensibili alla causa e privilegiano il rapporto pragmatico con Tel Aviv. Tuttavia non rinunciano ad avere delle «carte» affidandosi a personaggi come Mohammed Dahlan, ex capo della sicurezza palestinese, e altri personaggi meno noti ma con ganci nell’arena.

Siamo, però, in un campo fluido, con scelte modificabili a seconda di momenti e zone, in alcuni casi in contraddizione con passi precedenti. Gli Emirati rispetto ad altri sistemi hanno un vantaggio: decidono Mohammed bin Zayed e i suoi due fratelli, Mansour e Thanoon, tutto nel clan dei al Nahyan. Dunque, se lo desiderano, possono essere più veloci di chi deve fare i conti centri di potere, gerarchie, correnti. E non devono neppure dare troppe spiegazioni

1 gennaio 2026