CarosiVincenzo Carosi, diciassette anni, è il campione italiano degli juniores ed è pronto ad affrontare la seconda stagione nella categoria (credit: Coratti Work Service).
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«Al ciclismo mi sono appassionato grazie a Gabriele, mio fratello maggiore, che compirà ventitré anni dopodomani», racconta Vincenzo Carosi. «Ho cominciato da piccolo in mountain bike, poi tra gli esordienti ho deciso di cimentarmi anche nel ciclocross. È stato allora che ho dovuto scegliere tra il ciclismo e il tennis, l’altro sport che praticavo. La passione me l’aveva trasmessa mia mamma, giocatrice di tennis a sua volta. Me la cavavo discretamente, il mio marchio di fabbrica erano le smorzate e ho sempre tifato per Berrettini, un tennista per niente freddo che trasmette molte emozioni. E poi siamo entrambi laziali, lui di Roma e io di Vetralla, in provincia di Viterbo. Ho scelto il ciclismo perché me lo sentivo dentro più del tennis, che comunque seguo ancora volentieri. Su strada, tuttavia, ho cominciato a gareggiare soltanto tra gli allievi, e l’attività non era così intensa. A conti fatti, posso dire che la mia prima vera stagione da stradista è stata la scorsa».

Al debutto tra gli juniores, a diciassette anni, hai vinto a sorpresa il campionato italiano. A sorpresa?

«Di certo non ero il favorito. Tutti sapevamo che Baruzzi e Maganotti avevano una marcia in più, e che l’incognita più pericolosa si chiamava Agostinacchio. Io però ero reduce da alcuni buoni piazzamenti: terzo a San Leolino, quinto nella classifica generale del Giro d’Abruzzo e miglior giovane. Siccome mi sentivo bene ed ero adatto al percorso del campionato italiano, con chi mi segue ci siamo detti che dovevamo prepararlo come si deve, atleticamente e tatticamente».

Hai vinto regolando in volata i compagni di fuga, dopo aver attaccato fin dalle prime battute di gara.

«Non mi sono dato pace finché non sono entrato in fuga, se volevo avere una chance dovevo accumulare un certo margine sui grandi favoriti. All’inizio dell’ultimo giro mi sono reso conto che non ci avrebbero ripresi e ho cominciato a pensare alla volata, che poi ho vinto anticipando Pezzo Rosola e Pascarella. Tra gli allievi avevo centrato qualche corsa regionale, ma si può dire che il campionato italiano degli juniores è stata la prima vera affermazione della mia carriera. È andato tutto per il verso giusto. All’inizio non ci credevo, mi sembrava surreale, come se fossi sott’acqua. Poi, smaltita l’adrenalina, ho realizzato d’avercela fatta».

CarosiCarosi ha cominciato pedalando nel fuoristrada, prima in mountain bike e poi nel ciclocross, cimentandosi su strada soltanto a partire dall’ingresso nella categoria allievi (credit: Coratti Work Service).

Adesso viene il difficile: riconfermarsi e accettare la condizione di osservato speciale.

«Ho già avuto modo di accorgermene. Indosso una maglia più che riconoscibile ed è comprensibile che gli avversari mi guardino con un occhio diverso. Però devo accettarlo, fa parte del gioco. Anzi, devo dire che non mi dispiace, perché mi sprona a dare sempre il massimo e a riconoscere il valore del simbolo che porto. Per l’immediato futuro mi sono posto due obiettivi: vincere di più rispetto allo scorso anno e conquistare nuovamente la maglia tricolore di campione italiano».

Quante possibilità ci sono di rivederti in azione in mountain bike e nel ciclocross?

«In mountain bike nessuna, temo, perché la stagione delle gare combacia con quella della strada, a cui adesso voglio e devo dare precedenza. Nel ciclocross ci sono maggiori possibilità, nel 2025 ho dovuto rinunciare alle corse per colpa di una mononucleosi che ha compromesso anche le ultime prove della mia stagione sulla strada. Non nascondo che il fuoristrada mi manca, ma mi metterò l’anima in pace. Sarò per sempre grato a quel mondo per ciò che mi ha dato: una guida del mezzo fluida e un’esplosività che mi torna sempre utile».

Dunque dobbiamo considerarti un corridore da classiche?

«Credo proprio di sì. Ho due sogni: la Parigi-Roubaix e la Milano-Sanremo. Tra l’altro la Sanremo del 2018, quella vinta da Nibali, è stata la prima grande vittoria che mi sono goduto da spettatore televisivo, diciamo così. Per lungo tempo, infatti, il ciclismo su strada lo seguivo di straforo. Sapevo cosa fosse, ovviamente, ma i miei idoli erano Schurter per la mountain bike e Van der Poel per il ciclocross. Tornando alla tua domanda: sì, sono un corridore adatto alle classiche, esplosivo sugli strappi e veloce a ranghi ristretti».

CarosiCorridore esplosivo e veloce a ranghi ristretti, l’obiettivo principale di Carosi è migliorare sulle salite più lunghe. Per riuscirci sta lavorando sul suo peso: quello attuale si attesta sui 63 chili (credit: Coratti Work Service).

Fermo restando che hai soltanto diciassette anni e una vita davanti, dove senti di dover migliorare?

«Sulle salite lunghe, altrimenti d’essere rapido nelle volate di venti o trenta corridori non me ne faccio di niente. Sono alto 1,74 e durante la scorsa stagione non sono mai sceso sotto i sessantaquattro chili, ma volendo migliorare in montagna ho bisogno di asciugarmi. Adesso sono arrivato a pesare sessantatré chili, ma non mi dispiacerebbe attestarmi sui sessantadue».

Hai qualche rimpianto da vendicare?

«Non ne ho uno, ma tre. Al Liberazione ero rimasto senza compagni di squadra e quando sono scappati i due australiani che si sono giocati il successo non ho potuto fare nulla per seguirli e per riprenderli; nel gruppo non abbiamo trovato l’accordo e ci hanno anticipati di qualche secondo. Al Dorigo, una settimana prima del campionato italiano, mi sentivo bene, peccato che la rottura della catena mi abbia impedito di giocarmela come avrei voluto. Infine, voglio tornare al Giro della Lunigiana senza la mononucleosi, perché non mi basta partecipare a certe gare soltanto per portarle a termine».

Dopodiché, sarà tempo di passare tra gli Under 23.

«Ci penseremo a tempo debito. Entrare a far parte di un vivaio straniero mi onorerebbe, ma devo capire se ne sono all’altezza. Senza dimenticare le formazioni che abbiamo in Italia: dalla Bardiani alla Mbh Bank, passando per le continental più prestigiose. La priorità ce l’hanno la seconda stagione tra gli juniores con la mia squadra, la Coratti Work Service, e la quarta superiore. Frequento il liceo scientifico, studiare non mi dispiace ma non ho ancora deciso se frequenterò o meno l’università. Dipende anche da quello che raccoglierò nel ciclismo, un mondo in cui comunque voglio provare a farmi strada».