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Redazione Economia

L’analisi di Filippo Casagrande, chief investments di Generali: diversi elementi per la crescita, come i bassi prezzi dell’energia, la solidità degli utili delle imprese e le possibili misure espansive da parte dell’amministrazione Trump

Nel panorama finanziario globale l’anno 2026 si prospetta come un crocevia importante per mercati, asset class e strategie di investimento. Per capire quali tendenze potrebbero emergere e come posizionarsi al meglio, abbiamo intervistato Filippo Casagrande, Chief Investment Officer di Generali Investments. Con un’esperienza consolidata nella gestione di portafogli globali e una visione attenta ai cambiamenti macroeconomici, Casagrande condivide con noi le sue previsioni su rischi, opportunità e dinamiche chiave che potrebbero influenzare i mercati finanziari nel corso del prossimo anno.

Cosa ci dobbiamo attendere dai mercati nel 2026?

«Il 2025 si chiude con un quadro macroeconomico sostanzialmente positivo.
La crescita negli Stati Uniti ha dato segnali di decisa ripresa dopo un primo trimestre sottotono e la guerra dei dazi sembra essersi ricomposta, senza lasciare strascichi troppo pesanti per i principali paesi esportatori. Negli Stati Uniti il grosso punto interrogativo è sulla salute del mercato del lavoro. Dopo il lento ma costante aumento della disoccupazione nel corso del 2025, i prossimi mesi saranno essenziali per capire se vedremo un ulteriore peggioramento o una stabilizzazione, come tracciato nelle previsioni della Federal Reserve. A nostro avviso, il 2026 vede diversi elementi a supporto della crescita, come i bassi prezzi dell’energia, la solidità degli utili delle imprese e le possibili misure fiscali espansive da parte dell’amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato.
Altro tema da monitorare è l’andamento dell’inflazione. I numeri ben sotto le attese negli Stati Uniti pubblicati alcuni giorni fa vanno presi con riserva, dato l’impatto dello shutdown sulla qualità della raccolta dati».



















































Che cosa accadrà negli States?

«Crediamo che gli Stati Uniti siano ancora in uno scenario di inflazione sopra la media, data la rigidità dell’inflazione dei servizi, ancora ben sopra il 3%. Questo contesto di crescita attorno al potenziale e inflazione ancora moderatamente elevata è positivo per gli asset reali. Il mercato azionario può continuare a beneficiare di questi fattori, aiutato anche da una ripresa della liquidità dopo la decisione della Fed di interrompere il Quantitative Tightening e ripristinare l’acquisto di Treasury bills. I principali timori nascono dalle valutazioni elevate, ma queste sono – almeno in parte – giustificate da livelli di profittabilità del settore corporate ben sopra la media storica. Sul mercato obbligazionario USA, cominciamo l’anno con un atteggiamento neutrale sui Treasury. Serve maggiore chiarezza sull’effettivo calo dell’inflazione e sull’orientamento della Fed stessa dopo la fine del mandato di Jerome Powell a maggio per pensare ad un più consistente calo dei rendimenti, dopo quello già avvenuto nel corso del 2025».

E in Europa?

«Anche l’Europa mostra dinamiche rassicuranti in termini di crescita, con un’accelerazione dell’economia tedesca dopo diversi trimestri di stagnazione. Le politiche fiscali espansive decise da Berlino dovrebbero cominciare a fare il loro effetto nel corso del 2026, sostenendo così l’intera economia dell’Eurozona. La passata riduzione dei tassi BCE e la discesa dei prezzi dell’energia costituiscono due ulteriori elementi fondamentali a supporto della crescita e questo dovrebbe favorire il mercato azionario dell’Eurozona, che rimane molto meno caro in termini relativi nonostante le ottime performance registrate nel 2025. Per quanto concerne il mercato obbligazionario, l’aumento dei tassi a fine 2025 costituisce per noi un buon punto di ingresso per allungare la duration. I tassi reali sono allineati al potenziale di crescita dell’Eurozona e questo è solitamente un elemento di deciso supporto per il mercato obbligazionario. Continuiamo inoltre a favorire strategie di carry, tra cui i Btp italiani (deciso consolidamento fiscale) e il credito Investment Grade (buoni bilanci societari)».

La corsa dei titoli legati all’Ai continuerà?

«Il tema Artificial Intelligence rimarrà di attualità anche nel 2026, considerati gli ingenti investimenti in parte annunciati e in parte già messi in piedi negli ultimi trimestri. Quello che vedremo è però una maggiore diversificazione tra vincitori e perdenti in questa corsa. Abbiamo già visto un anticipo di questo trend negli ultimi mesi, con gli investitori maggiormente concentrati sui fondamentali aziendali, e in particolare sulla capacità di sostenere gli investimenti tramite risorse proprie. Chi non ha una generazione di cassa sufficiente è stato punito dal mercato, che sembra chiedere un premio al rischio più alto per le società più indebitate. Per contro, chi ha fondamentali solidi può continuare la sua corsa al rialzo».

Come vede le politiche monetarie della Fed e Bce?

«Vediamo approcci differenti perché mentre per la Fed il mercato vede un paio di tagli dei tassi nel corso del 2026 (per la precisione 54 punti base dai livelli attuali), per la Bce questa aspettativa non c’è più. Questo grazie al buon andamento dell’economia, con una crescita tornata in linea con il potenziale, e ad un’inflazione sì vicina al target, ma con una certa persistenza della componente dei servizi, sempre solidamente sopra il 3% in termini di crescita annua. Sulla Fed, come già citato prima, pesa molto l’incertezza sul futuro della sua governance su cui incombe la pressione del Presidente Trump. Il mandato di Jerome Powell è in scadenza e crescono le indiscrezioni sul successore. Il timore di alcuni analisti è che la linea della Fed si appiattisca ai desiderata del Tesoro Usa, con un più massiccio taglio dei tassi per alleggerire il fardello della spesa per interessi. Una Fed meno indipendente può causare volatilità non solo sulle scadenze lunghe (+10 anni) della curva dei rendimenti dei Treasury Usa , e maggiore volatilità anche sugli attivi rischiosi in generale».

Dove investire i propri risparmi?

«Per quanto riguarda le azioni, abbiamo una preferenza per Stati Uniti, Eurozona e Paesi Emergenti, mentre siamo neutrali su Giappone e Regno Unito. Continuiamo a sovrappesare temi strutturali, come i titoli auriferi – nuovamente con performances molto positive nell’ultimo mese del 2025 – il settore della difesa europea, le banche europee (anch’esse brillanti nell’ultimo mese), e il settore Tech Usa. Nel comparto legato all’Ai la selezione dei singoli titoli diventa sempre più importante specie di quelle aziende attente alla generazione di cassa. Per quanto concerne il mondo obbligazionario, alziamo l’allocazione sui Bund tedeschi da neutrale a positiva». 

Conviene investire sul nostro debito pubblico?

«Confermiamo la preferenza per i Btp italiani, premiati dalla politica fiscale prudente del governo. Lo spread decennale Btp-Bund è sceso sotto i 70 punti base, il livello più basso dal 2009. Manteniamo una maggiore prudenza sugli Oat francesi, dati i rischi sull’implementazione delle misure di austerità necessarie per la riduzione dell’elevato deficit pubblico. Sui Treasury Usa, riduciamo la nostra preferenza in relativo ai Bund tedeschi e assumiamo un atteggiamento neutrale, in attesa di maggiore chiarezza sui dati di inflazione e sull’andamento del mercato del lavoro. Confermiamo l’interesse per i bond in valuta locale dei paesi emergenti mentre nel comparto del credito, confermiamo la preferenza per la ricerca di spread usando le leve di rating e seniority».

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1 gennaio 2026