Dal dopoguerra a oggi, tre film su Netflix mostrano l’Italia attraverso l’infanzia e il dolore che forma.
Ci sono film drammatici italiani che non raccontano solo una storia, ma attraversano un Paese, una generazione, un dolore collettivo. Su Netflix esiste un percorso coerente e potente che unisce tre opere molto diverse tra loro per epoca e linguaggio, ma legate da un filo profondo: la perdita come origine della crescita, l’infanzia spezzata che diventa identità, il bisogno di trovare una casa – reale o simbolica – dopo uno strappo irreversibile. È un cinema che guarda all’Italia senza indulgenza, ma con uno sguardo umano, capace di trasformare il dolore in racconto.
Il primo tassello è “Il treno dei bambini” (2024), diretto da Cristina Comencini e tratto dal romanzo di Viola Ardone, produzione Palomar per Netflix. Ambientato nell’Italia del dopoguerra, segue il piccolo Amerigo, bambino napoletano mandato al Nord grazie a un’iniziativa di solidarietà del Partito Comunista.
Qui il dramma è intimo e collettivo insieme: la povertà del Sud, il distacco dalla madre, l’incontro con una nuova figura materna. La regia adotta un tono classico e delicato, sostenuto da interpretazioni intense – Serena Rossi e Barbara Ronchi su tutte – e da una fotografia che sottolinea il contrasto tra Napoli e l’Emilia-Romagna.
Christian Cervone
La musica di Nicola Piovani accompagna il percorso di rinascita attraverso l’arte, trasformando la ferita in vocazione. È un film che parla di maternità, sacrificio e riscatto, senza retorica, con una sensibilità che resta addosso.
Il secondo passaggio nel cinema italiano è il film più personale di Paolo Sorrentino, “È stata la mano di Dio” (2021) prodotto da Netflix e premiato nei maggiori festival internazionali. Qui il racconto si sposta nella Napoli degli anni Ottanta, seguendo l’adolescenza di Fabietto, alter ego del regista. La tragedia improvvisa – la perdita dei genitori – segna un prima e un dopo netto, trasformando la spensieratezza familiare in solitudine e ricerca di senso.
Sorrentino lavora per immagini, memoria e visioni oniriche, dichiarando apertamente il debito verso Fellini. Toni Servillo e il giovane Filippo Scotti incarnano due tempi dell’esistenza, mentre Maradona diventa figura quasi mitologica, simbolo di un destino beffardo. È un film che parla di identità, vocazione artistica e sopravvivenza emotiva, e che resta uno dei ritratti più sinceri del cinema italiano recente.
Il terzo capitolo è “La paranza dei bambini” (2019), diretto da Claudio Giovannesi e tratto dal romanzo di Roberto Saviano. Qui l’infanzia non è solo perduta, ma consumata troppo in fretta. Napoli diventa un campo di battaglia dove un gruppo di adolescenti cerca riscatto attraverso il potere criminale.
Su Netflix c’è La paranza dei Bambini.
Giovannesi sceglie uno stile asciutto, quasi documentaristico, affidandosi a un cast di attori non professionisti guidati da Francesco Di Napoli. L’assenza di figure adulte positive, la seduzione del lusso, la violenza come linguaggio quotidiano: tutto concorre a costruire un dramma sociale che non giudica, ma mostra. È il racconto di un sogno malato, di un futuro che si chiude prima ancora di cominciare.
Visti insieme, questi tre film su Netflix compongono un affresco potente sull’Italia e sulle sue fratture: il dopoguerra, gli anni Ottanta, il presente.
Tre storie diverse, unite dalla stessa domanda silenziosa: come si cresce quando il mondo ti toglie qualcosa troppo presto? Un cinema che non consola, ma accompagna. E che, proprio per questo, merita di essere visto.