Spiace fare il guastafeste, ma di fronte a una Rete che impazza di gioia e di attese rivoluzionarie di fronte alle manifestazioni popolari di protesta che sono riprese ovunque in Iran, non si può non ricordare una regola d’oro: le rivoluzioni, quelle vere, hanno successo solo quando riescono a spaccare in due i vertici del regime. Se non ci riescono, se assistiamo a cortei anche immensi, a slogan anche durissimi che imprecano alla morte di Khamenei, a diffuse scene di rivolta e di repressione, ma il regime non si incrina, non va in folle, allora le dobbiamo chiamare rivolte e non illuderci che abbatteranno la dittatura degli ayatollah e dei pasdaran. E, purtroppo, è esattamente questo quello che sta accadendo, ancora una volta, in Iran.
La prova? Il primo a dare ragione ai manifestanti è stato il capo amministrativo, non politico, del regime, il presidente della Repubblica Massoud Pezeshkian, che si è inequivocabilmente schierato a favore dei manifestanti e ha chiaramente chiesto che non vengano repressi e malmenati: «Ho chiesto al ministro degli Interni di ascoltare le legittime richieste dei manifestanti, avviando un dialogo con i loro rappresentanti, affinché il governo possa fare tutto il possibile per risolvere i problemi e agire responsabilmente».
Vedremo se sarà ascoltato o se, di nuovo, la rivolta verrà soffocata nel sangue, come nel 2022, in un paese che, nel 2025, ha visto battere il record tragico delle impiccagioni – più di 2.100 – in buona parte di ragazzi e ragazze per ragioni politiche. Il tutto, nel silenzio complice del movimento Pro Pal, che copre volutamente i crimini del regime iraniano, che di Hamas è il dichiarato padrino.
La grande incognita per Massoud Pezeshkian e per gli ayatollah e i pasdaran è come intervenire sulla situazione economica insostenibile che ha fatto scoppiare la rivolta, con una novità non da poco. Questa volta, infatti, la scintilla non l’hanno accesa i giovani o le donne ribelli, ma i bazaris, i commercianti del bazar, che in Iran sono, da un secolo e mezzo, uno strato sociale unito e costituiscono la base di consenso indispensabile per tutti i regimi, anche perché erogano e controllano il piccolo credito alle famiglie. Ma il fatto che sia sceso in piazza il bazar non cambia il quadro: il regime è sempre compatto. Non solo: anche a questa rivolta manca quello che è sempre mancato alle rivolte iraniane del 1999, del 2008, del 2019 e del 2022: una leadership politica, una dirigenza, un progetto politico, uno o più leader carismatici.
Peraltro, le cifre del disastro economico sono note: inflazione al 42 per cento, cambio disastroso a un milione e 400.000 rials per un dollaro (ai tempi dello scià era settanta a uno, circa), prezzo del pane balzato in su del 50 per cento e disoccupazione reale al 15-20 per cento. In più, è appena aumentato il prezzo della benzina che – a dimostrazione della follia del regime – un paese tra i primi al mondo per produzione petrolifera deve importare per 10 miliardi di dollari l’anno, perché le raffinerie non sono state modernizzate.
Il tutto per una ragione, e una ragione sola: più del 25 per cento del bilancio dello Stato è divorato dalle spese militari. Spese militari folli, dunque, per conseguire un risultato folle: distruggere Israele. Non è difficile, dunque, mettere in relazione il peggioramento della crisi economica con la reazione del regime, di nuovo e ancora folle, ai bombardamenti israeliani e poi americani del giugno scorso degli impianti nucleari e missilistici iraniani.
Invece di imparare la lezione e di cambiare rotta, infatti, ayatollah e pasdaran hanno passato gli ultimi mesi ad aumentare gli investimenti miliardari per rimettere in piedi gli impianti militari bombardati e distrutti. Sempre alla ricerca dell’impossibile vendetta contro l’odiata entità sionista. A pagare le spese di questo delirio militarista è stata la popolazione. Di qui la rivolta. Ennesima e, purtroppo, con esito probabile non dissimile dalle tante che l’hanno preceduta.